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Sanremo, l’errore che aspettiamo e l’impresa che costruisce
Dal “bello della diretta” al lavoro quotidiano: perché la sbavatura fa rumore, mentre i sacrifici portati avanti nel tempo non si vedono. E cosa c’entra tutto questo con noi.

Il Festival di Sanremo è un appuntamento fisso per tutti gli appassionati di musica italiana, che siano o meno fan dichiarati dell’evento. Può sembrare una contraddizione, ma siamo certi che anche a voi sarà capitato di ascoltare - o di pronunciare - le ragioni più disparate sul perché, anno dopo anno, Sanremo continui a essere una calamita per il pubblico.
C’è chi desidera scoprire la nuova hit del proprio artista preferito, chi non vede l’ora di ammirare gli abiti dei cantanti in gara e dei co-conduttori e delle co-conduttrici. E c’è chi invece, comodamente dal divano, aspetta l’imprevisto. Aspetta l’imperfezione, la sbavatura, la nota stonata. Come se l’errore rendesse tutto più autentico, più umano, più “vero”. Un’opinione quanto mai diffusa in un tempo in cui l’intelligenza artificiale ci ha abituati a immagini, testi e suoni levigati, apparentemente privi di difetti. Sanremo, con il suo “bello della diretta”, ha ancora il potere di rompere l’incantesimo della perfezione.
È un paradosso culturale che riguarda la musica, ma anche il modo in cui osserviamo la realtà che ci circonda. La performance di un artista sul palco dell’Ariston - uno dei palchi musicali più celebri al mondo - è il punto di arrivo di mesi di lavoro: scrittura, prove, confronti, revisioni. A volte di carriere lunghissime costruite proprio con l’obiettivo di raggiungere quel palco. Eppure, di tutto questo, noi vediamo solo pochi minuti. E se qualcosa va storto, quell’attimo diventa il centro della narrazione.

Nell’impresa accade qualcosa di simile. Il lavoro quotidiano, i processi che lo sostengono, le decisioni complesse, le relazioni costruite nel tempo: tutto resta spesso sullo sfondo. L’errore, invece, cattura immediatamente l’attenzione. Anche noi, come tutti, avremmo preferito un cammino senza deviazioni. Decisioni sempre perfette, mercati prevedibili, scelte immediatamente premiate. La linearità rassicura, semplifica la narrazione, rende tutto più ordinato. Ma non è così che si cresce davvero.
La nostra storia è fatta anche di uscite dal tracciato. Di intuizioni coraggiose che non tutti, all’inizio, comprendevano. Di “pali” contro cui abbiamo sbattuto e che, a posteriori, si sono rivelati lezioni decisive. Non li abbiamo cercati, ma li abbiamo attraversati. E ogni volta ci hanno chiesto qualcosa in più: più consapevolezza, più ascolto, più responsabilità.
Abbiamo imparato che l’imprevisto, a volte, è il percorso. Siamo fatti per cambiare ed evolvere, e l’imprevisto può diventare il punto di innesco di un cambiamento positivo. Se a questa consapevolezza aggiungiamo che ci occupiamo di moda, di bellezza, comprendiamo ancora di più come l’errore possa trasformarsi in opportunità: molti stili iconici sono nati da scelte inizialmente considerate azzardate, se non addirittura sbagliate.
Il punto non è celebrare l’errore in sé. Non c’è nulla di romantico nello sbagliare. Il punto è cosa ne facciamo. Possiamo viverlo come un incidente da nascondere oppure come un passaggio da comprendere. Possiamo cercare un colpevole oppure una lezione.

In questo senso, il nostro purpose - vestire il mondo di bellezza e accoglienza, favorendo la realizzazione personale - non è mantra da evocare nei momenti facili. È ciò che ci guida quando la strada si complica. Perché mettere le persone al centro significa anche creare uno spazio in cui l’errore non sia una condanna definitiva, ma una possibilità di apprendimento. Significa costruire contesti in cui si possa dire “qui abbiamo sbagliato” e trasformare quella frase nell’inizio di qualcosa di più solido.
Forse è questo che rende così potente l’attesa dell’imprevisto a Sanremo: ci ricorda che dietro ogni performance ci sono fragilità, tentativi, revisioni. Ma se sul palco l’imprevisto può diventare spettacolo, noi non possiamo permetterci di viverlo come tale. Dobbiamo trasformarlo in metodo. Nel tempo abbiamo scelto di non inseguire il successo come obiettivo in sé. Abbiamo seguito una visione precisa, fondata su un principio semplice e radicale: mettere le persone al centro, per costruire qualcosa di grande
Se il Festival è un rito collettivo che unisce il Paese attorno a un palco, la nostra storia è un percorso collettivo che unisce persone attorno a una visione, a un desiderio..
Mentre osserviamo il palco più famoso d’Italia, possiamo riconoscerci in quel rito: nella tensione, nell’emozione, nel desiderio di fare bene. Sapendo che la crescita autentica non è mai uno spettacolo che nasce all'improvviso, ma un processo costruito giorno dopo giorno, nota dopo nota. E noi dal palco abbiamo già individuato i nostri preferiti!