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Antidoto alla solitudine

Perché il senso di appartenenza è la vera cura contro l'isolamento, dentro e fuori l'ufficio

Appartenenza,Colleghi,Accoglienza

Esiste un dato che, più di ogni altro, racconta il cambiamento della società italiana. Per la prima volta nella storia del Paese, vivere da soli è diventata la condizione più comune. Le famiglie composte da una sola persona sono oggi la tipologia più diffusa, superando sia le coppie con figli sia le coppie senza figli. Secondo gli ultimi dati Istat riferiti al 2025, il 37,1% dei nuclei familiari italiani è composto da una sola persona, vent'anni fa erano appena un quarto. Lo spartiacque, spiegano i demografi, è stato il 2022, l'anno in cui i single hanno superato per la prima volta le coppie con figli. E non è solo una questione di numeri di nuclei familiari. Secondo l'Istat, il 26,8% degli italiani sopra i sedici anni dichiara di essersi sentito solo almeno una parte del tempo, mentre il 6,5% prova questa sensazione quasi sempre; percentuali che salgono al 38,5% tra gli over 75 e sfiorano il 47% tra chi vive da solo. E la fotografia non riguarda solo chi ha già superato una certa età. Sempre l'Istat stima che entro vent'anni il 40% degli anziani vivrà da solo, senza un convivente su cui contare, ma il fenomeno attraversa in realtà ogni fascia generazionale, dai giovani ai cinquantenni, dalle grandi città ai piccoli centri.

Ma come è possibile sentirsi soli con tutti gli stimoli che abbiamo ogni giorno? Dobbiamo subito sfatare un luogo comune: la solitudine non è solo quella di chi vive da solo, tra le mura di casa. È, sempre più spesso, quella che si prova pur essendo circondati da colleghi, clienti e persone. Secondo il report State of the Global Workplace di Gallup, uno degli istituti di ricerca più autorevoli al mondo su lavoro e coinvolgimento dei dipendenti, in Italia una persona su cinque fa i conti ogni giorno con un senso costante di solitudine sul lavoro, e la percentuale sale al 25% tra gli under 35 che lavorano da remoto. Non stupisce, allora, che solo il 10% dei lavoratori italiani si dichiari pienamente coinvolto nel proprio lavoro, uno dei dati più bassi d'Europa.

È un tema che le aziende più attente hanno smesso di considerare un dettaglio del benessere individuale. Gartner, una società internazionale che si occupa di ricerca e consulenza su lavoro e organizzazione aziendale, lo definisce apertamente un rischio aziendale, sottolineando che le connessioni reali tra colleghi sono in crisi, con un impatto misurabile su impegno, creatività e produttività. E il semplice ritorno in presenza non basta a risolverlo. Le persone che si sentono isolate o prive di legami con i colleghi mostrano un calo misurabile della performance, anche quando siedono ogni giorno alla stessa scrivania. La vera differenza, spiegano gli analisti, non la fa la presenza fisica in sé, ma la qualità di ciò che accade in quello spazio condiviso. Se diventa occasione di incontro autentico, oppure resta un susseguirsi di ore fianco a fianco senza che nulla, davvero, si incontri.

È qui che il tema della solitudine smette di essere solo un problema da raccontare, e diventa una domanda che riguarda direttamente chi, come Teddy, ogni giorno costruisce luoghi di lavoro, uffici, e punti vendita, dove migliaia di persone trascorrono gran parte delle proprie giornate.

Appartenere è il contrario di essere soli

Se la solitudine è, nella definizione degli esperti, una discrepanza tra le relazioni che desideriamo e quelle che viviamo davvero, il suo antidoto più naturale ha un nome preciso: appartenenza. Non è un concetto astratto, né uno slogan da corridoio aziendale. È qualcosa di molto più semplice e molto più concreto che si esplica nel sapere di avere un posto, che sia un tavolo, un ufficio, un turno, dove qualcuno nota se non ci sei, dove puoi raccontare com'è andata la giornata, dove una battuta scambiata in pausa pranzo o un consiglio chiesto a un collega prima di aprire il negozio pesano più di quanto sembri.

È la differenza tra essere presenti ed essere presenti per qualcuno. Tra timbrare un cartellino e sentire che quel luogo, in qualche misura, ti appartiene e tu appartieni a lui.

Per Teddy, che vive attraverso le persone che ogni giorno animano uffici e negozi in tutta Italia e nel mondo, questo non è un tema accessorio: è una responsabilità. Perché il negozio non è solo il luogo dove si vende un prodotto, così come l'ufficio non è solo il luogo dove si porta a termine un compito. Sono, prima di tutto, comunità quotidiane. Piccoli ecosistemi di relazioni dove ci si può sentire ascoltati o, al contrario, invisibili. Ma uscire dall’invisibilità non è impossibile. Lo ha ribadito Alessandro Bracci, CEO di Teddy, riferendosi ai colleghi durante l’ultima convention aziendale, il Teddy Happening. A volte, infatti, presi dalle numerose attività, i responsabili dei vari team potrebbero non accorgersi del malessere vissuto da una persona. Questo, però, non significa che si sia soli. Ci si può sempre rivolgere ad altri colleghi, c’è un'intera comunità a cui chiedere e a cui affidare le proprie domande, le proprie difficoltà e con cui relazionarsi.

L'antidoto alla solitudine, in fondo, non richiede grandi programmi né soluzioni complesse. Comincia da gesti minimi come la possibilità di parlare davvero con chi lavora accanto a noi, non solo di operatività, ma di come stiamo. Non è un caso che i team più solidi, quelli in cui le persone restano più a lungo e lavorano meglio, siano spesso anche quelli in cui ci si sente più liberi di essere umani, prima ancora che professionisti.