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“And the Oscar goes to…” Le statuette passano, le storie restano: quali sono i nostri Oscar quotidiani?

Cosa rende davvero grande un’opera? Un premio, una statuetta, una notte di applausi? Oppure qualcosa di molto più silenzioso e duraturo?

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Ogni anno il mondo del cinema vive il suo momento simbolico. Anche nel 2026 gli Oscar hanno acceso i riflettori su film, registi e attori celebrati per il loro talento. Per una notte Hollywood diventa il centro dell’attenzione globale, e quella statuetta dorata sembra rappresentare la vetta di una carriera. Eppure, a ben guardare, molti degli artisti che quella statuetta l’hanno vinta sembrano raccontare una storia leggermente diversa.

Alcuni la tengono in luoghi quasi inattesi, come se volessero ricordare a sé stessi che il valore di un percorso non si esaurisce in un oggetto. Russell Crowe, per esempio, ha raccontato più volte di conservare il suo Oscar nel pollaio del ranch di famiglia in Australia. Gwyneth Paltrow, invece, ha ammesso con una certa ironia di usare il suo come fermaporta nel giardino di casa. Aneddoti curiosi, certo. Ma anche piccoli segnali che dicono qualcosa di profondo: una carriera, un’opera, una storia non si riducono mai a un trofeo. Allo stesso tempo, premi come gli Oscar restano un’occasione preziosa: riconoscono il merito di grandi progetti e ci permettono di scoprire opere o interpretazioni che altrimenti rischieremmo di perdere. Anche l’edizione 2026, in questo senso, ha acceso i riflettori su lavori e performance che meritano attenzione, riportando al centro film da recuperare o da scoprire, come Sinners o Una battaglia dopo l’altra, e interpretazioni capaci di sorprendere e aprire nuovi sguardi.

Sono momenti che invitano a fermarsi, a guardare meglio, a lasciarsi sorprendere.

Gli Oscar sono anche il luogo del ringraziamento — basti pensare a discorsi diventati iconici, come quello di Roberto Benigni o Matthew McConaughey — ma talvolta diventano spazio per prese di posizione forti, gesti inattesi (qualcuno ha detto Will Smith?), o persino rifiuti delle logiche della competizione, come quella di Sean Penn, che quest’anno ha disertato la cerimonia, nonostante la vittoria ampiamente prevista. E poi ci sono momenti che, nel bene e nel male, restano impressi proprio perché accadono sotto gli occhi di tutti. È anche questo il loro valore: concentrare l’attenzione, creare un punto di incontro tra storie diverse, accendere una conversazione. Eppure, la vera consacrazione di un film, spesso, arriva molto dopo quella notte. Arriva quando il pubblico continua a sceglierlo, a rivederlo, a citarlo negli anni. Quando entra nella memoria collettiva e diventa parte della vita delle persone. Forse la vera consacrazione non è una statuetta. È la fiducia. È quella relazione che si costruisce nel tempo, spesso lontano dai riflettori.

In fondo, anche la vita di un’impresa ha qualcosa in comune con questa dinamica. Quando pensiamo alla nostra storia, torniamo all’intuizione originaria di Vittorio Tadei. All’inizio non c’erano premi né riflettori, né una rete internazionale di negozi. C’era il desiderio di giocarsi fino in fondo il proprio talento, di seguire una passione, di costruire qualcosa che avesse senso mettendo davvero al centro le persone. Un po’ come accade a chi immagina un film: non lo fa per vincere un premio, ma per dare forma a un’idea che sente necessaria. 

Poi, nel tempo, quella visione ha preso forma ed è cresciuta. Oggi siamo un gruppo in continua evoluzione, con nuovi progetti, nuove aperture e, soprattutto, nuove persone che entrano a farne parte ogni anno. Nel 2026 puntiamo ad accogliere 120 nuove aperture e 260 nuove assunzioni: numeri che raccontano una crescita concreta, ma che acquistano valore solo dentro una storia più lunga, fatta di relazioni e di fiducia costruita nel tempo.

Anche alcuni riconoscimenti sono arrivati — come lo status Gold al Best Managed Companies Award di Deloitte, ottenuto per il quarto anno consecutivo — insieme ad altri segni che raccontano il nostro percorso, come il premio “Imprenditrice per il bene comune” assegnato a Emma Tadei, figlia di Vittorio, nonché CEO di Rinascimento e presidente della Fondazione Gigi Tadei. Sono tappe importanti, occasioni per fermarsi e riconoscere il lavoro fatto. Ma non è da lì che tutto è partito. E non è lì che tutto si misura.

La nostra storia si misura altrove, nella crescita delle persone. Per questo investiamo nella formazione: a Rimini un centro retail di 2.200 m² permette di imparare facendo, mentre percorsi di aggiornamento, progetti sull’intelligenza artificiale e la scuola interna Teddy500 supportano lo sviluppo continuo. Sono stati inoltre creati piani di crescita chiari per oltre 200 ruoli aziendali, per rendere trasparente il percorso professionale di ciascuno.

Chi entra in Teddy scopre che il desiderio è davvero mettere la persona al centro, con tutto ciò che porta con sé. Le competenze sono importanti, ma non esauriscono la ricchezza di ciò che ognuno può contribuire. È forse anche per questo che molte persone scelgono di restare: perché trovano uno spazio in cui crescere, sperimentare, sbagliare e ripartire.

Per questo, se ci chiediamo quali siano i nostri “Oscar” quotidiani, la risposta è più semplice di quanto sembri. Sono i clienti che continuano a sceglierci, tornando nei nostri negozi Terranova, Calliope, Rinascimento e QB24. Sono i giovani che entrano in azienda con un desiderio vivo e la voglia di costruire qualcosa di proprio. Sono le persone che lavorano con noi da più tempo e che, ancora oggi, affrontano i progetti con l’entusiasmo del primo giorno. Sono i team che trasformano le idee in realtà, e le idee in relazioni.

La storia di Teddy è fatta proprio di questi passaggi. Di visioni che, passo dopo passo, hanno trovato una forma concreta. E di altre che continuano a interrogare il nostro presente. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni è che il successo è una relazione che si rinnova nel tempo. Un po’ come accade con i film che restano davvero nella memoria, quelli che durano più di una notte, quelli che continuano a essere scelti. Ogni giorno.