belong to everyone
La cura è un motore di competenze e di senso: perché il mondo del lavoro ha bisogno di tutto ciò che siamo
Perché riconoscere la dimensione umana e relazionale delle persone può trasformare il lavoro in uno spazio di crescita, benessere e innovazione.

Tra le voci che popolano Belong, vogliamo dare spazio a chi, con lucidità e passione, sa leggere le trasformazioni del lavoro contemporaneo e restituirle con parole nuove. Riccarda Zezza è una di queste voci. Autrice e ricercatrice con un background in neuroscienze comportamentali, ha fondato Lifeed.io e ha sviluppato il concetto di "transilienza". Conduce ricerche su come le esperienze di vita si trasformino in competenze professionali. Autrice di "Maam, La maternità è un master" (2015), "Cuore Business" (2024) e "Cura" (2025), scrive per testate come Vita, MIT Technology Review Italia e Fast Company, traducendo la sua ricerca scientifica in riflessioni sul rapporto tra vita e lavoro.
di Riccarda Zezza

Siamo i lavoratori più tristi d'Europa. Lo dice il report Gallup sullo "Stato globale del mondo del lavoro": il 21% degli italiani ha provato un'intensa tristezza nella giornata lavorativa precedente. Uno su cinque. E questa tristezza non si trasforma nemmeno in rabbia costruttiva: ci siamo rassegnati a un destino di insoddisfazione permanente, come se fosse normale stare male al lavoro.
C'è poi un dato ancora più allarmante: solo il 10% dei lavoratori italiani si dichiara "molto coinvolto" nel proprio lavoro. Media globale: 23%. Media europea: 13%. Siamo ultimi. Lavoriamo come se non avessimo altra scelta, dando meno di quel che potremmo.
L'iceberg dell'identità
Il problema non sono le competenze o la motivazione che mancano: è che chiediamo alle persone di lasciare fuori dalla porta dell'ufficio la parte più ricca di sé. Oggi, grazie ai dati raccolti dall’Osservatorio Lifeed su oltre 70.000 persone, sappiamo che, mentre passiamo quasi due terzi del nostro tempo lavorando, esprimiamo il 60% delle nostre competenze solo in ruoli extra-lavorativi.
I numeri parlano chiaro: per esempio, tra 1.800 giovani professionisti di una società di consulenza sotto i 30 anni, solo il 9% di chi si definisce affettuoso esprime questo tratto sul lavoro e solo il 14% di chi si considera premuroso lo è anche in ufficio. E stiamo parlando delle stesse persone a cui viene chiesto di essere empatiche, relazionali, creative.
La contraddizione salta agli occhi: le organizzazioni cercano disperatamente soft skills – empatia, capacità relazionali, creatività, resilienza – ma creano ambienti in cui queste qualità faticano a emergere perché considerate "personali", quindi fuori contesto.

Il costo nascosto della mancanza di cura
Qualche anno fa, il professor Joseph Fuller dell'Harvard Business School ha pubblicato un rapporto che ha fatto rumore: le aziende americane non sapevano che il 73% dei propri dipendenti fosse in qualche modo un caregiver. Non solo genitori: figli che assistono genitori anziani, partner che sostengono compagni con difficoltà, persone che si prendono cura di familiari fragili.
Questa invisibilità pesa. Le aziende investono milioni in benefit che restano inutilizzati perché non rispondono ai bisogni reali, accumulano costi nascosti dovuti a turnover, perdita di conoscenze, assenteismo e "presenteismo" – essere presenti ma poco produttivi. Secondo McKinsey, il 60% dei fattori che predicono il burnout ricade nella "tossicità" dei comportamenti sul posto di lavoro.
Ma quando è diventato normale pensare che il lavoro debba renderci infelici?
La prima crisi: non sappiamo prenderci cura di noi stessi
Viviamo nell'epoca dell'individualismo, eppure non sappiamo prenderci cura di noi. In un sondaggio abbiamo chiesto: "Di chi ti prendi cura in ambito lavorativo?" Al primo posto sono comparsi i clienti, al secondo i colleghi, al terzo i collaboratori. E solo per ultimi noi stessi – con un voto così frammentato da far pensare che, semplicemente, non ci pensiamo mai.
Come possiamo creare luoghi di lavoro basati sulla cura se non sappiamo prenderci cura di noi? Persone che sanno prendersi cura non creerebbero mai luoghi senza cura. La crisi della cura inizia quindi dalla nostra incapacità di vedere e valorizzare noi stessi – con le nostre fragilità, la nostra complessità, le nostre diverse dimensioni di vita.
Cinque ragioni per cui non ci prendiamo cura sul lavoro
Nel libro Cura racconto i cinque principali ostacoli citati dalle persone per giustificare l’assenza di cura in ambito di lavoro:
Costa tempo. "Non ho tempo", "C'è troppa frenesia". Vero: prendersi cura richiede tempo. Ma più che la quantità conta l'attenzione. Bastano 40 secondi per dimostrare empatia, dicono le ricerche. Ma noi abbiamo perso l'abitudine a rallentare.
Costa emotivamente. "Non voglio espormi", "Mi mancano sani confini". La fatica emotiva ci sembra sempre più onerosa nel senso di fretta che è ormai fisiologico. Ma le emozioni ci sono comunque: ignorarle non le elimina, le rende tossiche e fa danni nel lungo termine.
La cultura è contro. "Non mi è permesso", "Trovo resistenze". Regole implicite ci dicono di non rallentare, non esitare, non preoccuparci degli altri più del necessario. Chi ha il coraggio di rompere questi schemi?
L'effetto spettatore. In nessun altro contesto apparirebbe normale ignorare la difficoltà di qualcuno come avviene invece sul lavoro. Negli uffici si verifica il "bystander effect": più persone sono presenti, meno ci si sente responsabili di intervenire.
Le gerarchie lo permettono. Coorti di leader narcisisti hanno sdoganato l'idea che a un grande talento corrisponda grande intemperanza. Al punto che è diventato necessario aggiungere "gentile" a "leader" per limitarne gli abusi.

Verso un nuovo patto tra vita e lavoro
Le nuove metriche ESG introdotte dall'Europa nel 2024 stanno ampliando lo sguardo: non più solo salute e sicurezza, ma supporto alla salute mentale, equilibrio vita-lavoro, sviluppo delle persone nel loro complesso.
È l'occasione per investire in una visione più aggiornata di chi sono le persone oggi: non risorse fungibili da ottimizzare, ma esseri umani complessi le cui vite si intrecciano con il lavoro in modi sempre più sofisticati.
Le organizzazioni che vedranno questa complessità come ricchezza – invece che come problema da gestire – avranno un vantaggio competitivo enorme perché avranno persone più coinvolte, più presenti, che si sentono autorizzate a portare tutto il proprio talento.
La rivoluzione nascosta: la vita arricchisce il lavoro
In questa direzione, c'è una buona notizia: la scienza dice che avere ruoli diversi non sottrae risorse, le genera. La scienza lo chiama "role enrichment": essere figlio non toglie capacità al professionista, le aggiunge; essere caregiver non diminuisce le competenze, le moltiplica; una madre che gestisce crisi domestiche sviluppa problem solving sotto pressione: un figlio che assiste un genitore anziano affina empatia e capacità di negoziazione; una persona che attraversa un lutto impara una resilienza che nessun corso potrebbe insegnare.
Viste così, non sono "esperienze personali da lasciare fuori", ma palestre di competenze universali. Perché funzionino, però, bisogna imparare a riconoscerle, nominarle e trasferirle consapevolmente da un contesto all'altro: a questo serve la transilienza.
La cura come leva strategica per il futuro
Prendersi cura conviene: non solo eticamente, ma economicamente. Le ricerche dimostrano che la capacità di cura riduce in modo misurabile disperazione e depressione. Ambienti basati sulla cura hanno turnover più bassi, produttività più alte, innovazione maggiore.
Certo, nel breve la cura “costa” (tempo, attenzione, aumento di complessità), e viviamo in un mondo che ragiona per trimestri. Come si giustifica un investimento i cui frutti si vedono nel medio-lungo periodo?
Forse dovremmo ribaltare la domanda:
quali dati ci dicono che l'assenza di cura conviene?!
Guardando i numeri dell'infelicità, del disengagement, del burnout, la risposta è chiara: non possiamo più permetterci l’assenza di cura nel mondo del lavoro.
Come scrive Mary Catherine Bateson, "Abbiamo bisogno di attenzione ed empatia ovunque si incontrino altri esseri viventi, per nutrire e proteggere tutto ciò che ci sta a cuore: le fabbriche e i laboratori come le case e i quartieri."
Forse è ora di ammettere che le persone non sono iceberg di cui ci possiamo permettere di vedere solo la punta: sono esseri umani interi, che portano sempre con sé tutto ciò che sono. E ciò che apprendono dalle loro esperienze “invisibili” – anche quelle di cura, forse soprattutto quelle – è esattamente ciò di cui le organizzazioni hanno più bisogno oggi per sopravvivere e prosperare in un mondo in continuo cambiamento.