belong to everyone
Il design come strumento di relazione: dal Salone del Mobile agli spazi dei punti vendita del Gruppo Teddy
Le storie, le sfide, la bellezza e le contraddizioni che disegnano l’anima dei punti vendita del Gruppo Teddy

Quest’anno il Salone del Mobile e l’intera Milano Design Week si aprono al pubblico con una provocazione particolarmente affascinante: nel tempo dell’AI e della velocità, la kermesse sembra riportare al centro la persona e il modo in cui il design diventi uno strumento di dialogo e d'incontro. Per noi, che concepiamo relazione e accoglienza come tasselli fondamentali del nostro DNA, il Salone del Mobile diventa una lente di ingrandimento attraverso cui interrogarci sul ruolo e sul significato dei nostri luoghi. Dentro questo scenario acquista ancora più forza una domanda precisa: cosa significa progettare negozi che non siano solo funzionali, ma capaci di generare relazione? Ne abbiamo parlato con Marco Cicognani, Giorgia Gardini e Giacomo Ferri. Tutti e tre lavorano per Store-lab, società del Gruppo Teddy che si occupa della progettazione e dello sviluppo di punti vendita nell’ambito retail.

Accogliere prima ancora di incontrare
«Progettare uno spazio significa spesso immaginare chi lo abiterà senza averlo mai incontrato. È da qui che nasce una prima forma di relazione». Con queste parole, Marco Cicognani, Coordinatore retail design per i punti vendita del brand Calliope, racconta come il lavoro sul nuovo concept dei negozi Calliope sia partito proprio da questa intuizione:«Se ripenso agli ultimi tre anni di lavoro, tutto è nato per accogliere qualcuno: il cliente finale. Noi anticipiamo spazi che non sappiamo da chi saranno abitati e proviamo a trasmettere qualcosa attraverso i nostri segni, dalle pareti ai pavimenti, dagli arredi all’illuminazione. L’obiettivo è quello di sorprendere e far sentire accolte le persone». In questa visione, ogni dettaglio diventa significativo: la luce, l’esposizione, i materiali. Non sono elementi neutri, ma strumenti per costruire un ricordo. «Quello che lasciamo a chi vive i nostri negozi - aggiunge - è l’esperienza. Cerco di regalare piccoli momenti di bellezza. Il negozio è una sorta di eredità che lasciamo a chi verrà dopo».


Anche Giorgia Gardini, retail designer e project manager che ha progettato concept “Anthea” per Rinascimento, si muove su questa linea, ma con un’attenzione particolare alla dimensione sensoriale e inclusiva dello spazio: «Rinascimento, anche solo realizzando una nuovo oggetto, vuole trasmettere sorpresa e accoglienza e nel creare questo mi lascio ispirare da tutto: luci diffuse, linee morbide, spazi che mettano ogni persona al centro».

Per Giacomo Ferri, retail design che ha progettato insieme al suo team il format Riviera 2.0 di Terranova, invece, il punto di partenza è l’identità stessa del brand, che si traduce in una progettazione volutamente semplice e accessibile: «Terranova nasce con un’idea di inclusività: permettere a tutti di vivere un’esperienza di libertà totale nello store. Il messaggio è chiaro: chiunque è accolto. Lo spazio deve essere familiare, riconoscibile, umano». Ma in questo racconto emerge un elemento distintivo: le radici. «Portiamo negli store la nostra identità romagnola - spiega Ferri - fatta di accoglienza, semplicità, bellezza quotidiana. Il nostro design non nasce dalle archistar, ma dalla relazione tra i nostri team». Cicognani aggiunge un tassello importante: «Lo store è la nostra relazione privilegiata con il cliente. Ogni brand ha il suo punto di forza, ma ciò che fa davvero la differenza è la qualità delle relazioni tra di noi».


Dal processo al progetto: dove entra in gioco l’umano
Se il design è relazione, allora non può essere ridotto a una sequenza di pura meccanica. Da qui nasce una seconda domanda: che differenza c’è tra processo e progetto? E che ruolo ha oggi l’intelligenza artificiale?
«Il processo può essere gestito anche dall’AI - asserisce Marco Cicognani - ma nel progetto c’è bisogno di noi. Nel processo c’è la testa, nel progetto ci sono testa e cuore». Giacomo Ferri amplia questa riflessione introducendo una dimensione più identitaria sottolineando come «nel progetto c’è l’io, nel processo c’è un noi più mescolato. Il processo è la strada, il progetto è lo scopo. E quello scopo, per noi, è qualcosa che va oltre il risultato: è legato al purpose che il fondatore del Gruppo Teddy, Vittorio Tadei, ci ha trasmesso». Questa visione si riflette anche negli spazi interni dell’azienda: «Nei nostri uffici il purpose è visibile,condiviso. Ci ricorda continuamente perché facciamo quello che facciamo». Giorgia Gardini propone uno sguardo complementare, quasi opposto: «Io vivo il processo come qualcosa di individuale: ci sono linee guida che posso seguire anche da sola. Il progetto, invece, è relazione pura: nasce e prende forma nella sinergia tra team e brand».
Il lavoro come esperienza personale
Quando il design nasce dalla relazione, anche il rapporto con il proprio lavoro cambia. Non è più solo esecuzione, ma esperienza.
Giorgia racconta questo legame in modo diretto: «Io amo il mio lavoro e mi sento fortunata. Ho un ruolo che mi permette di seguire tutto, dalla progettazione alla realizzazione. Lavoro spesso da sola, non posso negare che spesso sia stancante, ma la soddisfazione di vedere un progetto prendere forma ripaga tutto.” Per Ferri, invece, il lavoro coincide con una forma di libertà: «Qui posso essere me stesso. Non sento una frattura tra lavoro e vita privata: c’è continuità. È lo stesso filo che lega la colazione con la mia famiglia a un pranzo con i colleghi». Marco Cicognani, guardando al proprio percorso, sottolinea un altro aspetto: la responsabilità come opportunità. «Ho iniziato la mia storia insieme a Teddy tredici anni fa, dopo un’esperienza in Cina. Qui ho avuto la possibilità di seguire i progetti dall’inizio alla fine. Ci viene chiesto di prendere sul serio quello che facciamo, di approfondire, di cercarne il senso». E conclude con una riflessione che tiene insieme tutto:«Affrontiamo sfide grandi e piccole con lo stesso entusiasmo. Questo modo di vivere il lavoro fa parte del DNA del mondo Teddy, nasce dal sogno di Vittorio Tadei. Siamo pieni di contraddizioni, ma proprio lì, nella nostra imperfezione, si costruisce qualcosa di vivo e profondamente umano».
Insomma, la vera sfida è mettere in relazione estetica e funzione, forma e significato, affinché ogni segno, ogni spazio, ogni percorso sia davvero capace di accogliere perché pensato per tutte e tutti.