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Ulisse siamo noi. Perché l’Odissea è ancora così attuale?

Omero, Nolan, l’Odissea e il sogno di Vittorio Tadei

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A New York, nella Gallery 162 del Metropolitan Museum of Art, dedicata all'arte greca e romana, è tornato esposto un frammento di papiro grande poco più di una carta da gioco. Risale al III secolo avanti Cristo, arriva dall'Egitto ed è, per quanto se ne sa, il pezzo più antico sopravvissuto dell'Odissea. Un frammento rimasto per anni chiuso in un deposito prima che qualcuno, al Met, decidesse che era il momento di rimetterlo in vetrina. Il momento, si intuisce facilmente, è quello del film di Christopher Nolan, che ha riportato Ulisse in cima al botteghino e, con lui, quasi per riflesso, anche un ritaglio di papiro vecchio di duemilatrecento anni. Il compito del narratore, o regista in questo caso, è raccontare una storia, ma solo davanti a storie senza tempo gli anni non contano. Anzi. Il racconto dell’Odissea e dei suoi protagonisti, sono tornati ad essere per noi urgenti. Dobbiamo saperne di più, dobbiamo incontrarli, dobbiamo conoscerli.

L'Odissea di Omero, il ritorno a casa più famoso della storia, è arrivata al cinema attraverso lo sguardo di Christopher Nolan. Un poema antico quanto la civiltà occidentale, raccontato con la tecnologia più avanzata mai usata per il grande schermo.

Ma cosa vuol dire che un testo, qualunque testo, è attuale? A fare la differenza non è tanto la circostanza che narra, quanto i desideri, le aspirazioni, le difficoltà, insomma, le luci e le ombre che mette in campo. Da Omero a Nolan sono passati quasi tremila anni, eppure il cuore del racconto resta lo stesso: un uomo lontano da casa, messo alla prova da mostri, tempeste e tentazioni, che continua a cercare la strada del ritorno. Ogni epoca lo ha riletto a modo suo, trovandoci ciò di cui aveva bisogno: gli antichi Greci vi leggevano un insegnamento sull'ingegno; Dante la hybris, la tracotanza che lo ha spinto a dedicare all’eroe greco un canto della sua Commedia, e Christopher Nolan una domanda, la stessa che, in un certo senso, anima tutti i suoi lavori: che responsabilità abbiamo davanti alla nostra capacità di creare? C'è chi dice, infatti, che Nolan non fa che scrivere lo stesso film da sempre: tutti i suoi protagonisti hanno una missione, tornare a casa. Vale per il Cooper di Interstellar quanto per Ulisse, ma tutti, davvero tutti, hanno una sfida ancora più imponente di fronte: il rapporto con la propria capacità creativa che, se nell'Odissea prende le forme di un dono, il celebre cavallo dell'inganno, in Oppenheimer prende quelle dell'atomica, e per noi tutti è il rapporto con la tecnologia, le intelligenze artificiali e il loro nuovo significato nelle nostre vite.

ll tema del superamento del limite lega tutti i protagonisti di Nolan, e Ulisse ne diventa quasi l'araldo. Ancora prima che il regista lo rileggesse, l'Odissea stessa mette il proprio eroe davanti alla tentazione di credersi senza limiti: quando inganna Polifemo, quando si sottopone al canto delle sirene, letale per chiunque tranne che per lui, quando Calipso gli offre l'immortalità. Ulisse, essendo umano, cede a quella tentazione più di una volta, eppure qualcosa lo trattiene dal precipitare fino in fondo. Non è la paura degli dei, e non è nemmeno una morale imposta dall'esterno. A impedirgli di diventare un eroe tragico sono due volti soltanto: quello di Penelope e quello del figlio Telemaco. Itaca che lo chiama verso casa.

Cosa ci lega dunque a Ulisse? Non le sirene né i ciclopi, ma quella stessa tensione tra il desiderio di mettersi alla prova e il bisogno di restare fedeli a chi ci aspetta. Un regista può reinventare un'epopea che tutti credevano di conoscere già, proprio perché ha capito che quella domanda non ha mai smesso di essere nostra. Una famiglia può trasformare un piccolo laboratorio in un gruppo presente in tutto il mondo, senza perdere di vista l'idea che lo ha fatto nascere, per la stessa ragione per cui Ulisse non smette di remare verso Itaca. La nostra storia inizia da un Sogno. Quello che Vittorio Tadei ha immaginato sessantacinque anni fa, e chi lavora ogni giorno dentro questa storia, in un negozio o in un ufficio, sta facendo esattamente la stessa cosa: tiene viva, ogni giorno, la rotta verso qualcosa che lo aspetta e che lo rende, in parte, chi è.