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Nostalgia di casa

Quando la fine delle ferie significa lasciare di nuovo la propria terra

Appartenenza,Nostalgia,Casa

È un rituale che si ripete ogni anno, puntuale come la fine dell'estate. Con l'ultimo giorno di ferie arriva anche il momento di fare le valigie, salutare gli affetti e mettersi in viaggio per fare ritorno alle città in cui lavoriamo e viviamo la nostra quotidianità. È quel momento sospeso in cui le radici tornano a tirare forte e la prospettiva di rientrare nella routine quotidiana porta con sé un senso insidioso di nostalgia. 

Già sul finire degli anni '80, Giuseppe Tornatore raccontava questo strappo nel suo capolavoro, Nuovo Cinema Paradiso. In un film profondamente intriso della sua storia personale, il regista fa pronunciare ad Alfredo, uno dei personaggi principali, parole che tantissimi giovani italiani hanno ascoltato almeno una volta nella vita. Rivolgendosi al giovane Totò, il protagonista cresciuto con il sogno del cinema, gli dice con dolorosa determinazione: «Va' via, e non tornare più». 

Il sud dell'Italia è la regione nel nostro Paese che più di tutte fatica a trattenere i suoi giovani che, ormai da diversi anni, lasciano casa e affetti per studio o lavoro. Nemmeno il nord Italia è esente dal fenomeno, con numeri sempre maggiori di persone che scelgono l'estero, il Nord Europa o gli USA, in cerca di nuove sfide ed esperienze professionali. Ma alcuni, proprio come Totò, il protagonista di Nuovo Cinema Paradiso, a volte fanno ritorno, arricchiti di futuro e spesso da una nostalgia di casa che li accompagna in tutte le loro giornate.

Quella scena, in fondo, racconta qualcosa che riguarda tutti: si può partire convinti di lasciarsi tutto alle spalle, e poi scoprire che casa non smette mai davvero di chiamarci. Cambiamo dunque, per le ragioni più diverse: la scuola, il lavoro, la voglia di misurarsi con qualcosa di nuovo, cambiamo convinti che il futuro abiti altrove. Poi capita di camminare per una strada qualunque, in una città che non è la nostra, e all'improvviso qualcosa si ferma. Un odore di pane appena sfornato, il dialetto di due sconosciuti al bar, la luce di certe ore del pomeriggio: basta un dettaglio minimo per riportarci indietro, dentro una stanza, una cucina, un cortile che credevamo di aver lasciato definitivamente alle spalle.

Si tratta di una strana nostalgia, che ha la struttura dei suoni, dei profumi, delle canzoni e dei volti che ci hanno costruito come persone prima ancora che riuscissimo a rendercene conto. La si può quasi toccare, ed è proprio quella nostalgia che ci interroga e ci fa chiedere: quanto incide questa voglia di cambiamento sul nostro Paese? Quanto ci costa, collettivamente, ogni partenza, e quanto invece ci restituisce chi decide, prima o poi, di tornare a raccontare quello che ha imparato lontano da casa?

Nel 2024, secondo i dati Istat diffusi ad aprile 2025, oltre 93mila giovani italiani tra i 18 e i 39 anni hanno trasferito la propria residenza all'estero: un incremento del 107,2% rispetto al 2014, quando erano circa 45mila. Numeri che raccontano una generazione sempre più mobile, spesso per scelta più che per necessità: cerca un'esperienza diversa, un'opportunità concreta, una lingua nuova da abitare. Anche i confini interni raccontano lo stesso movimento. Secondo l'Istat, nel biennio 2023-24 sono stati 241mila i trasferimenti di residenza dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, contro 125mila nella direzione opposta: una perdita netta di 116mila residenti per il Sud, con quasi tre spostamenti su dieci diretti in Lombardia. Un flusso silenzioso che comincia spesso già sui banchi universitari. Ma dietro ogni trasferimento resta lo stesso interrogativo silenzioso, che il tempo e la distanza non cancellano: cosa significa, per ciascuno di noi, sentirsi a casa?

Chi lavora ogni giorno a contatto con persone diverse, con storie di vita diverse, lo sa bene: nessuno arriva davvero a mani vuote. Ogni persona porta con sé un'eredità fatta di abitudini, passioni, modi di dire, gesti tramandati senza nemmeno accorgersene, e quell'eredità continua a lavorare anche quando il presente ci porta altrove, dentro un ufficio nuovo, una città che ancora non conosciamo, un gruppo di colleghi che diventerà, col tempo, una seconda famiglia. Forse è proprio questo il senso più autentico della nostalgia di casa: non un rimpianto per ciò che si è lasciato, ma un promemoria silenzioso di chi siamo, capace di riemergere in qualunque contesto, in qualunque squadra, in qualunque nuovo inizio scegliamo di affrontare, ricordandoci che le radici, per quanto lontane, restano il punto da cui ripartire ogni volta che serve.

Eppure la domanda non può fermarsi solo al "perché si parte". Va posta anche nella direzione opposta: cosa serve, davvero, perché un giovane scelga di restare o di tornare? Non basta l'affetto per un luogo, per quanto radicato, serve la certezza che restare non significhi rinunciare a crescere.

È qui che entra in gioco la responsabilità di chi, come noi, vive e lavora sul territorio. Trattenere i talenti non è un atto di nostalgia, ma una scelta strategica. Significa costruire percorsi di carriera reali, offrire formazione continua, retribuzioni competitive, ma anche flessibilità e un ambiente in cui le idee dei più giovani abbiano davvero peso. Significa dimostrare, con i fatti, che restare non equivale ad "accontentarsi", anzi, in certi casi significa mettersi in gioco e crescere.