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In valigia mettete Carrère
Uno degli scrittori più amati di sempre incontra la storia di Teddy in una parola: identità

Ci sono scrittori che si nascondono dietro i personaggi che inventano. E poi c’è Emmanuel Carrère che ha costruito la sua intera opera facendo l'esatto contrario: si è messo al centro di ogni storia che ha raccontato, comprese quelle che riguardavano altre persone, e ha trasformato questa esposizione continua in un metodo, prima ancora che in uno stile. È uno scrittore che non racconta mai qualcosa restando fuori dalla scena, e forse è proprio per questo che milioni di lettori nel mondo continuano a fidarsi di lui.
In "L'avversario" entra nella vicenda di Jean-Claude Romand, un uomo che per diciotto anni ha fatto credere a moglie, figli e genitori di essere medico, fino a ucciderli tutti quando la menzogna stava per crollare. Carrère avrebbe potuto raccontarla mantenendo la distanza tipica del cronista. Sceglie invece di mostrare la propria fatica a capire, i propri dubbi morali, il proprio disagio nel dover dare un senso narrativo a un orrore che un senso non ce l'ha. In "Limonov" segue le vite improbabili di Eduard Limonov, teppista a Char'kiv, poeta underground a New York, soldato nei Balcani, oppositore di Putin, e usa quella biografia impossibile per interrogare quanto un'identità possa restare coerente attraverso trasformazioni così radicali. In "Un romanzo russo" torna sulla propria famiglia, sulle proprie origini, e si ferma prima di arrivare a una verità rassicurante, perché sa che quella verità, se esistesse, sarebbe comunque falsa.

Quello che tiene insieme libri così diversi tra loro non è un tema ma un gesto: Carrère si rifiuta di raccontare qualcosa restando fuori dalla scena. Ogni volta che scrive degli altri, finisce per scrivere anche di sé, delle proprie contraddizioni, dei propri limiti nel giudicare chi ha davanti. È un metodo che espone l'autore più di quanto esponga i suoi soggetti, e proprio per questo genera una fiducia che il giornalismo più distaccato raramente riesce a costruire. È anche, se ci si pensa bene, un esercizio di identità: capire chi si è raccontando fino in fondo chi sono gli altri.
Quest'anno Carrère è tornato in libreria con "Kolkhoz", uscito da poche settimane, vincitore del Premio Médicis e finalista al Goncourt, già uno dei titoli più discussi della stagione letteraria francese e non solo. Non serve entrare nel merito del libro per capire perché conta: basta sapere che conferma, ancora una volta, quanto il suo modo di scrivere, mettersi dentro la storia senza riserve, continui a intercettare lettori in tutto il mondo, in un momento in cui la scrittura autobiografica rischia sempre di scivolare nell'esibizionismo o nell'autoassoluzione. Carrère evita entrambe le trappole, e lo fa con una disciplina che vale la pena osservare da vicino, soprattutto per chi si occupa di raccontare qualcosa di diverso da un romanzo. Perché la domanda che la sua scrittura pone da vent'anni riguarda chiunque costruisca una narrazione di sé, che sia un libro, un progetto o un'azienda: quanto siamo disposti a mostrare davvero, con le parti scomode incluse, invece di limitarci a una versione già ripulita e pronta per essere approvata?

È una domanda scomoda perché la risposta onesta, quasi sempre, richiede di rinunciare a qualcosa. Rinunciare al controllo totale sull'immagine che si offre agli altri. Rinunciare all'idea che raccontarsi bene significhi raccontarsi senza asperità. Carrère ha costruito una carriera intera su questa rinuncia, e i suoi lettori lo hanno premiato proprio per questo: perché quando qualcuno si mostra davvero, invece di limitarsi a comunicare, il lettore lo percepisce, e gli crede.
C'è un altro libro che porta la stessa domanda molto più vicino a casa. "Il socio di minoranza", di Marco Bardazzi e Marco Lessi, racconta la storia di Vittorio Tadei, il fondatore di Teddy: il figlio di un ferroviere che da Rimini ha costruito un'azienda diventata globale, con marchi come Terranova, Rinascimento, Calliope e QB24 presenti in tutto il mondo. Bardazzi e Lessi ricostruiscono i passaggi chiave di quella storia dando voce a figli, nipoti, collaboratori, alle tante persone che per anni hanno vissuto al fianco di Vittorio, e nel farlo tornano più volte su una domanda che percorre tutto il libro: chi è davvero il "socio di maggioranza" a cui Tadei fa spesso riferimento? Cosa significa restare, nel profondo, sempre un outsider della moda, uno che ha scelto la fiducia al posto delle formule per costruire qualcosa che gli assomigliasse davvero?
È la stessa domanda che muove i libri di Carrère, posta però dentro una storia imprenditoriale invece che dentro un romanzo. Anche "Il socio di minoranza" racconta un'identità che si costruisce lavorando, restando fedeli a un'idea anche quando sarebbe più semplice adattarsi a modelli già collaudati. Teddy nasce esattamente da questo: da una persona che ha scelto di essere riconoscibile invece che convenzionale, e da un'azienda che ha ereditato quella stessa postura, preferendo raccontarsi per quello che è piuttosto che per come sarebbe più comodo apparire.

Leggere Carrère e leggere Il socio di minoranza nello stesso periodo, magari nello stesso mese di vacanza, significa mettere a confronto due modi di raccontare la stessa cosa: che l'identità è un lavoro continuo, fatto di scelte che si ripetono nel tempo fino a diventare un carattere. Vale per uno scrittore francese che scava nella propria famiglia senza addolcirla. Vale per un imprenditore romagnolo che ha costruito un impero restando fedele a un'idea di fiducia più che di formule. E vale, in fondo, anche per chi oggi lavora dentro Teddy e si ritrova, leggendo quella storia, a riconoscere qualcosa di proprio.
Portateli entrambi in vacanza. E lasciate che resti addosso quella domanda su cosa significhi davvero mostrarsi, senza filtri, che si tratti di un romanzo, di una famiglia o di un'azienda che porta ancora il nome di chi l'ha fondata.