Vai al contenuto principale
Go to homepage

belong to world

Il potenziale nascosto: cosa vuol dire davvero talento?

Una riflessione sul tempo, sulla cura del lavoro e sul concetto di talento. Quella che Adam Grant ci propone nel suo libro “Il potenziale nascosto”, è una lettura che rompe gli schemi tradizionali.

Talento,Percorso,Impresa
Bambina con binocolo

Quello del talento è uno dei temi più discussi degli ultimi anni, a fugare ogni dubbio, ci ha pensato la Disney che solo qualche anno fa ha deciso di dedicare alla questione del talento uno dei suoi film d’animazione di maggior successo: Encanto. Ma di cosa parliamo esattamente quando parliamo di talento?  Nel suo libro, Il potenziale nascosto, Adam Grant propone una lettura del talento che si discosta dalla nozione comune. Il punto di partenza è semplice: ciò che chiamiamo talento raramente coincide con una predisposizione originaria ad una particolare abilità. Più spesso è il risultato di contesti, relazioni significative e di percorsi che permettono alle persone di sviluppare nel tempo alcune specifiche capacità e esperienze. Grant osserva come molte figure che oggi consideriamo di successo abbiano avuto traiettorie lente, irregolari, talvolta marginali nelle fasi iniziali della loro vita. Il valore non emerge in un momento preciso, ma prende forma attraverso l’esperienza. Il potenziale, nel suo racconto, dipende però in modo netto dalla relazione. Dipende da chi guarda, da chi accompagna, da chi crea le condizioni perché qualcuno possa sbagliare, riprovare e migliorare.

Letto dal nostro punto di vista, questo libro arriva come una provocazione e allo stesso tempo come una conferma silenziosa. Abbiamo sempre legato il risultato al percorso. La scoperta – e spesso la valorizzazione – del potenziale è per noi una pratica quotidiana, che attraversa i negozi, gli uffici, i magazzini, le relazioni tra colleghi. Pensiamo, ad esempio, a quante persone sono entrate in azienda partendo da ruoli operativi e, passo dopo passo, hanno trovato il proprio spazio crescendo insieme a noi. Percorsi che si sono definiti grazie all’attenzione, alla fiducia e alla possibilità di mettersi alla prova. In molti casi il “talento” è emerso dopo, quando qualcuno ha avuto il tempo di prendere confidenza con il contesto, di sbagliare, di capire dove poteva dare il meglio di sé.

Il libro di Grant ci mostra una serie di storie che testimoniano come la crescita sia legata alla possibilità di migliorare, più che alla bravura iniziale. Grant invita a guardare ai percorsi molto più che alle performance. Uno spostamento di sguardo che ha conseguenze profonde anche per le aziende che, spesso, privilegiano ciò che appare subito evidente e trascurano ciò che matura nel tempo. Per una realtà come la nostra ad esempio, interrogarsi sul talento, sul suo significato profondo e sul come lasciare che emerga e cresca, vuol dire interrogarsi sulle occasioni di sviluppo, sulle responsabilità e i percorsi che offriamo a chi sceglie di lavorare con noi. Come emerso quando abbiamo affrontato il tema dell’ospitalità, abbiamo chiaro che è necessario creare le condizioni perché le persone possano esprimersi, trovare il proprio ritmo, sentirsi legittimate a imparare.

Un secondo punto che abbiamo trovato interessante leggendo il libro, è il legame tra potenziale e errore, un elemento che Grant descrive come parte integrante del processo di crescita, non come deviazione da correggere. Questa visione trova un riscontro diretto nella nostra cultura che riconosce nell’imperfezione una componente inevitabile del lavoro umano. Nei percorsi professionali, l’errore diventa un segnale, un passaggio, un linguaggio attraverso cui affinare competenze e consapevolezza. È una postura che richiede fiducia e responsabilità condivisa, e che si traduce in un modo di lavorare meno difensivo e più aperto.

Nel quotidiano questo si traduce nella possibilità di rivedere una decisione, di correggere una scelta, di ripensare un processo organizzativo che non ha funzionato come previsto. È per questa ragione che a volte cerchiamo di trovare il tempo per stare insieme, di organizzare momenti di team building come quello che recentemente si è svolto a Torino, in cui impariamo a guardare da diverse prospettive il nostro lavoro e imparare uno sguardo nuovo. 

Talento, potenziale, capacità di crescita e di rialzarsi dopo una sconfitta, sono tutti aspetti che, in fondo, hanno a che fare con il carattere di ciascuno ma, ricorda Grant, inteso non come tratto fisso, ma anche in questo caso come qualcosa che si costruisce nel tempo. Grant mostra come la crescita personale sia legata alla capacità di affrontare il disagio, di restare presenti anche quando il contesto è complesso. In Teddy, questo tema si riflette nel modo in cui vengono pensati i percorsi di sviluppo: non sempre lineari, non standardizzati, ma attenti alle persone e alle loro storie. Il carattere non viene selezionato una volta per tutte, ma accompagnato e rafforzato attraverso l’esperienza.

C’è infine un elemento profondamente affine al nostro modo di lavorare: l’idea che il potenziale emerga nella relazione. Grant sottolinea come la crescita individuale sia inseparabile dalla dimensione collettiva. Le qualità che contano davvero – la proattività, la perseveranza, la capacità di mettersi in discussione – si sviluppano in contesti in cui esiste un confronto reale, tra colleghi e con un management disposto a guidare e a lasciarsi interrogare da ciò che accade. 

È il principio che guida la nostra visione dello spazio di lavoro come luogo di comunità. Anche nel racconto di Grant, il potenziale nascosto non è mai solo individuale: emerge quando una persona riesce a contribuire al benessere degli altri, quando il lavoro diventa un modo di abitare una relazione. Ed è forse proprio qui che sentiamo la maggiore affinità con questo libro: nell’idea che crescere, come persone e come azienda, significhi farlo insieme.

In questo senso Il socio di minoranza, il libro che racconta la nostra storia e la nostra visione aziendale partendo da quella del nostro fondatore, Vittorio Tadei, dialoga in modo sorprendente con le riflessioni di Adam Grant sul talento. Entrambi mettono in discussione l’idea del successo come espressione di doti individuali straordinarie e immediate. E il talento in definitiva è percepito come qualcosa che cresce nei contesti giusti: ambienti che incoraggiano l’apprendimento, accettano l’errore e valorizzano il confronto. Il nostro libro, sulla scia di quello di Grant, restituisce l’immagine di un’impresa che sceglie di costruire valore attraverso relazioni, responsabilità condivise e una visione di lungo periodo. È una narrazione che sposta l’attenzione dall’eroe solitario al gioco di squadra, ricordandoci che le organizzazioni – come le persone – crescono davvero quando il talento diventa pratica quotidiana.

Il potenziale nascosto: cosa vuol dire davvero talento?