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Babele o Gerusalemme: la persona al centro nel tempo dell’AI
La prima enciclica di Leone XIV sull'intelligenza artificiale non è una condanna, bensì una domanda. La stessa che il Sogno di Vittorio Tadei prova a tenere viva da oltre sessant'anni.

Su Belong ci piace dare voce ad autori che sanno leggere il presente, Marco Bardazzi è uno di questi.
Co-fondatore ed Editor in Chief di Bea Media Company, è un giornalista, scrittore e comunicatore d’impresa con quarant’anni di esperienza internazionale. Prima di dar vita a Bea, è stato EVP Communications Director in Eni. Ha lavorato come giornalista all’ANSA e La Stampa, con base in Italia e negli Stati Uniti. Scrive di America su Il Foglio e la racconta nel podcast Altre/Storie Americane di Chora Media. Ha pubblicato libri dedicati agli Usa, alle storie d’impresa come Il socio di minoranza, al giornalismo, e curato biografie. È professore al Master di Giornalismo all’Università Cattolica di Milano e di Brand and Corporate Narratives all’Università IULM.
Il mondo si era preparato a una scomunica. Per mesi, mentre il Vaticano lavorava al testo e consultava anche i vertici delle grandi società tecnologiche, l'attesa era quella di un anatema: la Chiesa contro le macchine, il Papa contro la Silicon Valley. Quando il 25 maggio 2026 è uscita Magnifica Humanitas, la rete ha reagito con un riflesso automatico, arruolandola nella resistenza anti-AI: meme, citazioni di Tolkien, l'invito a "disarmare" l'intelligenza artificiale, la torre di Babele brandita come manifesto. Comodo, ma riduttivo.
Come ha capito nei giorni successivi chiunque si sia preso il tempo di leggere davvero le quasi quarantaduemila parole firmate da Leone XIV nel 135° anniversario della Rerum novarum del suo predecessore Leone XIII. Scorrendo quelle pagine ci si imbatte in qualcosa di più scomodo di una condanna: ci si trova di fronte a una domanda. L'enciclica, lo dice fin dalle prime righe, non chiede se siamo a favore o contro la tecnologia. La prima scelta, scrive il Papa, non è tra un "sì" e un "no" all'innovazione, ma "tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme". Tra un potere e un’umanità che pretende di dominare il cielo e un popolo che si mette a lavorare insieme per rialzare le mura della convivenza, guidato da un personaggio che è il vero eroe dell’enciclica: Neemia, l’ebreo del V secolo a.C. che con pazienza guidò la ricostruzione della città santa.
La tecnologia, ricorda Leone XIV, non è in sé un male, né di per sé una soluzione. Ma non è neutrale: "Assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa". Ecco la domanda vera, quella che il documento pone a governi, imprese e ciascuno di noi. Non "l'AI fa paura", ma “chi la governa, e per chi lavora?” Soprattutto: che ruolo ha in tutto questo la tutela della persona e dei lavoratori?
È una domanda che a Rimini suona stranamente familiare.

Lo strumento e il fine
C'è una frase che Vittorio Tadei ha trovato a tredici anni, nel 1948, camminando tra le macerie della sua casa bombardata. Un libro aperto, una riga: "L'uomo è amministratore dei beni di cui dispone e non padrone". Era la dottrina sociale della Chiesa, anche se allora non lo sapeva. La portò con sé per tutta la vita, fino a farne il cuore di un metodo d'impresa.
Da quella frase nasce la distinzione che il fondatore di Teddy ripeteva ai suoi collaboratori. "Padrone è colui che gestisce solo per il suo tornaconto […], perché la sua finalità è solo il profitto per il profitto. Amministratore, invece, è colui che gestisce e amministra nell'interesse del bene comune". Il profitto, in questa visione, non è il fine, è uno strumento. Serve a ingrandire l'azienda, a creare lavoro, ad aiutare chi è rimasto indietro.
È la grammatica che Leone XIV applica oggi alla tecnologia. Perché l’enciclica, alla fine, non è dedicata solo all’AI. È un aggiornamento dell’intera dottrina sociale della Chiesa. La macchina, come il denaro, è un mezzo. Diventa Babele quando si trasforma in fine, quando la potenza cresce e il cuore si inaridisce. Diventa Gerusalemme quando resta ordinata alla persona.
Il Sogno di Vittorio, che è ancora oggi la radice identitaria della missione della Teddy, è nato ben prima della rivoluzione digitale. Eppure risponde alla stessa domanda che il Papa pone oggi. Non perché Teddy avesse previsto ChatGPT, ma perché aveva messo a fuoco la questione che sta sotto ogni tecnologia: a quale fine subordini i tuoi strumenti? Chi resta al centro quando le cose si fanno grandi?

"La persona è la cosa più importante di un'azienda"
L'enciclica dedica pagine intense al lavoro, riprendendo il filo che da Leone XIII arriva a Giovanni Paolo II e Francesco: il lavoro non è un costo da comprimere, ma il luogo in cui la persona dà senso alla propria vita. Leone XIV avverte che gli attuali approcci all'AI possono "dequalificare i lavoratori", sottoporli a sorveglianza automatizzata, costringerli ad adattarsi al ritmo delle macchine invece di progettare le macchine attorno a chi lavora. La regola che propone è semplice: la tecnologia come addizione, non come sostituzione. E chiede "criteri sociali per l'innovazione": ogni introduzione di automazione dovrebbe essere accompagnata da scelte verificabili di tutela dell'occupazione e di partecipazione dei lavoratori.
Qui il dialogo con l'esperienza Teddy si fa concreto. Quando Vittorio scelse il franchising in conto vendita, ricordano i suoi collaboratori, "era già consapevole che le persone sono la cosa più importante di un'azienda". Una rete di "imprenditori di sé stessi", il rischio della merce tenuto in capo all'azienda e non scaricato sui negozianti, gli utili ripartiti correttamente con i partner.
Nel Sogno poi si sottolinea che "attraverso il lavoro si può riscoprire quotidianamente la propria dignità". È una traduzione operativa di ciò che l'enciclica definisce la custodia dei più fragili. Non si tratta di fare semplicemente carità accanto al business, ma dentro il business.

Il limite come funzione, non come difetto
Leone XIV costruisce una vera e propria "teologia del limite": l'incapacità, la malattia, la vulnerabilità non sono un errore di progettazione dell'essere umano da correggere con la tecnica, ma il luogo in cui l'umano matura e si apre alla relazione. "L'umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite". Contro le promesse del transumanesimo di un "uomo potenziato" liberato da ogni fragilità, il Papa oppone una verità ruvida: rinunciare a quell'avventura "potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani".
Vista da Rimini, è difficile non pensare a come dietro al Sogno della Teddy ci siano le sofferenze di Vittorio per la morte del figlio Gigi. È stata quella ferita, quell'impotenza di un padre che diceva di avere "risorse per permettersi qualsiasi cosa", ma che "non poteva fare nulla per il figlio", a trasformare l'imprenditore di successo in qualcosa di diverso. L'amicizia con don Oreste Benzi, "infaticabile apostolo della carità", fece il resto.
Il limite accolto non impoverisce: apre. E un'azienda che sa fare spazio alla fragilità è un'azienda che ha capito qualcosa che nessun algoritmo può calcolare.
Una verità che non si possiede, un "socio di maggioranza"
Tra i passaggi più citati dell’enciclica a livello internazionale c'è quello sulla verità come bene comune e sui rischi per la democrazia: la disinformazione che l'AI moltiplica, il potere di chi controlla le piattaforme di plasmare l'immaginario collettivo, il pericolo di una società in cui la distinzione tra vero e falso non esiste più. Leone XIV ha ribadito che la Chiesa "non vuole alzare la bandiera del possesso della verità", perché la verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere.
Anche qui c’è una consonanza profonda con il modo in cui Vittorio Tadei intendeva il proprio ruolo. Si considerava un "amministratore dei beni" che agiva per conto di un "socio di maggioranza" - Dio - al quale, diceva, doveva "rendere conto dell'uso dei talenti ricevuti". La si può leggere come una convinzione religiosa personale, e lo era. Ma ha anche una traduzione laica, valida per chiunque: nessuno è davvero padrone assoluto di ciò che gestisce, siamo tutti, in qualche misura, custodi temporanei di qualcosa che ci eccede e ci precede. È la postura che l'enciclica chiede a chi oggi detiene il potere tecnologico: non quella del proprietario che dispone, ma quella dell'amministratore che risponde.


La domanda che anticipa la risposta
La lettura più acuta di Magnifica Humanitas comparsa sulla stampa internazionale è che non si tratti affatto di un testo "contro". È, al contrario, una visione affermativa: prende sul serio i danni reali della tecnologia proprio per insistere sulla necessità di renderla migliore, di mantenere la promessa di un progresso che serva le persone e i popoli e non le logiche di potere. Non a caso, alla presentazione in Vaticano, accanto al Papa sedeva anche un cofondatore di una delle principali aziende di AI al mondo: segno che la Chiesa non vuole scomunicare la tecnologia, ma chiamarla a un di più di responsabilità.
Il Gruppo Teddy non ha aspettato l'enciclica per porsi la domanda di Leone XIV: l'aveva già scritta, decenni fa, sulle pareti del quartier generale di Rimini, distribuita a ogni nuovo collaboratore. Il Sogno è una cultura d'impresa costruita attorno alla convinzione che la persona non sia mai un mezzo, né per il profitto, né, oggi, per la macchina.
Tenere la persona al centro era già difficile quando a competere erano altre aziende. Diventa la vera sfida, oggi, quando a "costruire" i processi e le decisioni comincia a essere anche un sistema che imita il linguaggio umano senza abitarne l'orizzonte affettivo, relazionale e spirituale.
Babele o Gerusalemme, scrive Leone XIV, "inizia in ciascuno di noi". Vittorio Tadei lo aveva detto a modo suo, anni fa, dal palco del Palacongressi di Rimini davanti a migliaia di collaboratori: "L'importante è trovare la propria strada, la propria missione, qualcosa che dia un significato alla propria vita". È la condizione perché la tecnologia, qualunque essa sia, resti al servizio dell’avventura dell’uomo.