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Rainbow, la storia di una promessa mantenuta

Un viaggio lungo trent'anni che parte dallo Zambia e arriva al cuore di Teddy: la testimonianza di chi, ogni giorno, trasforma la sofferenza in speranza e autonomia per intere comunità

Progetto Rainbow,Vittorio Tadei,Solidarietà

«Qualsiasi progetto vorrete fare per aiutare i bambini orfani, io vi sostengo». È questa la promessa che Vittorio Tadei fece, quasi trent'anni fa, a Elisabetta "Betta" Garuti, missionaria della Comunità Papa Giovanni XXIII° in partenza per lo Zambia dove l'AIDS uccideva un'intera generazione di genitori lasciando un milione di bambini orfani. Da quella promessa nasce il progetto Rainbow, da sempre sostenuto dalla famiglia Tadei, dalla Teddy e oggi anche dalla Fondazione Gigi Tadei.

A raccontarcelo è Gloria Gozza, bolognese, missionaria della Comunità Papa Giovanni XXIII, arrivata in Zambia nel 1995. Intorno al 2000 le viene chiesto di portare avanti Rainbow, e da allora non si è più fermata. Oggi, è responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII° per Zambia e Togo. «Non siamo più in una situazione di emergenza legata all'AIDS,» racconta Gozza, «ma sono rimaste tutte le altre difficoltà: povertà estrema, insicurezza alimentare, mancanza di accesso all'istruzione e alle cure, cambiamenti climatici, esclusione sociale».

In quasi trent'anni, tra Zambia, Kenya, Tanzania e Burundi, Rainbow ha raggiunto in media 20.000 persone all'anno.

Il cuore del progetto in Zambia oggi sono tredici centri nutrizionali per bambini dai sei mesi ai cinque anni. «All'inizio erano centri dove si distribuiva cibo» spiega «poi ci siamo accorti che non bastava a far riprendere davvero i bambini malnutriti».

A ridisegnare il sistema è stata la dottoressa, Giulia Amerio che ha passato diversi anni sul posto, insieme alla nutrizionista Stefania Moramarco dell'Università Tor Vergata che ancora oggi supervisiona tutti i centri da remoto. È stata loro l'idea di introdurre dei registri in cui vengono segnati i progressi di ogni bambino: di norma si resta tre mesi, dall'ammissione alla dimissione, monitorando i miglioramenti passo dopo passo. Quei dati confluiscono in un database che l'università usa anche per pubblicare ricerche. «Adesso questa è la nostra principale attività», dice Gozza.

Ma il lavoro non si ferma lì. Rainbow accompagna i bambini anche a scuola, sia nelle scuole governative sia sostenendo cinque community school, a cui il progetto fornisce quaderni, penne, banchi, sedie, lavagne, o piccoli interventi di manutenzione.

C'è poi un fronte più legato all'autonomia delle famiglie, una volta che i bambini escono dai centri. Il primo è quello che in Rainbow chiamano container gardening: coltivare verdure senza bisogno di un orto vero e proprio, usando qualsiasi contenitore si abbia a disposizione, un secchio, un sacco, per garantirsi comunque una fonte di cibo. Il secondo, attivo solo nelle zone rurali, è un progetto di allevamento ovino. Alle famiglie viene donata una capra, maschio o femmina, da cui ricavare latte e, nel tempo, altri capretti, così che il numero di persone che ne beneficiano continui a crescere. A questo si affiancano un progetto per persone con disabilità molto emarginate in quelle zone, una casa di accoglienza per ragazzi di strada e dei centri nutrizionali per persone anziane.

Alla domanda su come non farsi travolgere emotivamente dal lavoro, Gloria risponde: «In realtà non ti distacchi mai. Impari ad accettare che la sofferenza di queste persone che incontri fa parte della loro vita, e quindi automaticamente fa parte anche della tua. Non è questione di illudersi di salvare tutti, ce ne sarebbero tante, di persone da salvare, ma di sapere che per qualcuno, concretamente, si fa la differenza».

Infine a chi volesse fare qualcosa per aiutare, Gloria risponde partendo da un punto che le sta a cuore: «Sarebbe già importante essere consapevoli di quello che c'è al di fuori della propria vita. Vedo persone molto concentrate su sé stesse, “ingabbiate” nella propria vita, invece c'è un mondo grande fuori da qui». Il primo passo, dice, è informarsi in modo corretto attraverso gli enti che lavorano sul campo, non solo attraverso i social. Poi si può dare tempo, fare volontariato, mettere a disposizione le proprie competenze professionali, «a volte si può fare molto più di quello che si pensa, oppure sostenere piccole raccolte fondi che permettano ai progetti di andare avanti. Ci vuole molta volontà. La volontà di uscire un po' da sé stessi per diventare speranza per molti»