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Pluribus: tutti per uno, ma sono io a fare la differenza

Dalla mente a sciame al valore della persona: perché Pluribus parla anche al modo in cui lavoriamo insieme

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Carol è una scrittrice di successo, i suoi romanzi sono amatissimi dal pubblico che, negli anni, ha dato vita a una fan base quasi ossessiva, trasformando i protagonisti in icone di un ideale romantico irraggiungibile, ma irresistibilmente attraente. È così che prende il via la narrazione in Pluribus, la serie targata Apple tv+ da poco premiata ai Golden Globe (a parer nostro, per delle ottime ragioni). La società raccontata in Pluribus si fonda sull’idea della “mente a sciame”: un’intelligenza collettiva che coordina le persone, rende la convivenza più fluida, riduce i conflitti e promette una forma di equilibrio quasi perfetto. Il gruppo funziona, e funziona bene. Ma, come la regia suggerisce fin dalle prime puntate, questa “armonia” ha un costo. Le individualità vengono progressivamente levigate, le differenze rese meno visibili, le zone d’ombra considerate inefficienze. Carol, la protagonista, vive immersa in questo sistema e, proprio per questo, diventa il personaggio ideale per mostrarne i limiti dall’interno.

Dal punto di vista narrativo, la serie sceglie una strada intelligente: non costruisce un mondo apertamente distopico, ma uno scenario plausibile, persino desiderabile. Ma è il volto di Carol a custodire il senso della storia e a diventare il luogo del conflitto. È lì che emergono le domande più urgenti: quanto di noi stessi siamo disposti a mettere da parte per sentirci parte di qualcosa? E cosa resta, quando il gruppo sembra chiedere coerenza più che autenticità? Carol non è un’eroina nel senso classico, non guida una rivoluzione, non si oppone frontalmente al sistema. Il suo percorso è più sottile e, proprio per questo, risulta più interessante. È una donna che continua a far parte del gruppo, ma che lentamente prende consapevolezza del valore delle proprie imperfezioni, delle proprie contraddizioni, dei propri limiti, della propria unicità. Questo è uno degli aspetti che più ci ha colpito: la serie suggerisce che è proprio questa complessità a rendere il gruppo più vivo, più dinamico, meno fragile di quanto sembri.

È un tema che trova un parallelismo decisivo nel modo in cui lavoriamo come Gruppo Teddy. In un’organizzazione ampia e strutturata, il lavoro di squadra è fondamentale, ma l’esperienza quotidiana ci insegna che la collaborazione funziona davvero solo quando emerge la personalità, l’unicità, il valore profondo della persona. I team crescono quando ciascuno può portare il proprio punto di vista, il proprio modo di affrontare i problemi, la propria sensibilità. Come in Pluribus, il gruppo non è forte perché elimina le differenze, ma perché le integra.

La serie insiste molto su questo equilibrio, la mente collettiva è il nemico quando diventa un modo per appiattire la realtà, spegnendo la creatività e la responsabilità personale. Il lavoro in team invece, quello che rende un’azienda in grado di sfidare le circostanze, leggere il proprio tempo e guardare al futuro, è proprio quella capacità di valorizzare e incentivare la creatività di ciascuno e l’espressione libera di sé. Il rischio, piuttosto, è confondere l’unità con l’omologazione. In questo senso, Pluribus funziona come una riflessione contemporanea sul concetto di “noi”: un noi che non deve cancellare l’io, ma contenerlo. È una dinamica che Teddy vive ogni giorno, nel confronto tra reparti, brand, professionalità diverse, dove il valore nasce dall’incontro tra visioni differenti.

Dal punto di vista critico, colpisce anche il modo in cui la serie si affida molto ai dettagli. I silenzi di Carol, le pause nei dialoghi, gli sguardi che si soffermano un istante di troppo raccontano più di molte spiegazioni. È una scrittura che rispetta l’intelligenza dello spettatore e che rende il conflitto interiore qualcosa di visibile, quasi tangibile. Non è un caso che il riconoscimento ai Golden Globe abbia premiato proprio questa capacità di tenere insieme racconto, interpretazione e riflessione.

Anche la moda, nel contesto del Gruppo Teddy, può essere letta attraverso questa lente, come un modo in cui ciascuno racconta qualcosa di sé, anche all’interno di un gruppo, di una società. Proprio come Carol cerca una sintesi tra ciò che è e ciò che il sistema si aspetta da lei, la moda diventa uno spazio in cui identità individuale e appartenenza possono coesistere senza escludersi. Non uniformità, ma dialogo.

Guardare Pluribus ci ha interrogati sul nostro modo di vivere la vita lavorativa come parte di un team: come si costruisce un ambiente in cui le persone si sentono parte di un progetto senza dover rinunciare alla propria voce? La serie non offre risposte definitive, ma suggerisce una direzione chiara: la vera forza collettiva nasce quando l’unicità di ciascuno viene riconosciuta come valore.

In fondo, Pluribus ci ricorda che il futuro non appartiene alle strutture più rigide, ma a quelle capaci di accogliere la complessità. È una lezione che vale per il cinema, per la cultura e anche per il modo in cui immaginiamo il lavoro insieme: un dialogo costante tra io e noi, tra appartenenza e libertà, tra visione comune e differenze che la rendono possibile.