belong to everyone
Novantanove più una
Dalla parabola del pastore al romanzo Pecorelle smarrite di Madeline Cash, perché in un gruppo nessuno dovrebbe smarrirsi senza che qualcuno se ne accorga

C’era una volta un pastore, ha cento pecore, si accorge che ne manca una e lascia le altre novantanove per andare a cercarla. Questa è una storia che è stata raccontata a tutti noi almeno una volta nella vita. Non si tratta di una favola ovviamente, ma di una delle più celebri parabole del Vangelo. E lo è per delle ottime ragioni. L’episodio ha il pregio di chiarire oltre ogni ragionevole dubbio, perché frutto dell’esperienza più concreta, il vero significato della responsabilità di chi guida un gruppo. Da piccoli ci colpisce la ricerca, il pastore che torna con la pecora sulle spalle. Da grandi, specie quando ci capita di guidare qualcuno, viene da fermarsi su un dettaglio che precede tutto il resto: per mettersi in cammino, quel pastore deve prima essersi accorto che ne manca una, e per accorgersene deve averle contate. Il pastore è la vera guida, perché guarda, si accorge e si muove in conseguenza a ciò che vede. La parabola è talmente celebre che, storicamente, è stata adattata in diverse tipologie di narrazioni, non ultima il caso editoriale dell’anno secondo il New York Times: le Pecorelle Smarrite di Madeline Cash.


Il romanzo è stato scelto da Dua Lipa per il suo book club ed è già destinato a diventare una serie tv firmata da Lena Dunham. Al centro c’è la famiglia Flynn, in una cittadina della costa occidentale degli Stati Uniti affacciata sull’immaginario Alabaster Harbor: il padre Bud, la madre Catherine e le figlie Abigail, Louise e Harper. È un libro che ha fatto molto discutere e che divide, perché sotto il tono della commedia familiare alterna un linguaggio spesso crudo a sequenze volutamente estreme, lontane dalla sensibilità di molti lettori e da un’idea di famiglia in cui è difficile riconoscersi. Il matrimonio dei Flynn va in pezzi, le loro figlie, di cui nessuno sembra curarsi davvero, si trovano ad affrontare situazioni pericolosissime, volutamente esagerate anche per i toni della narrativa made in USA. Ma allora perché un libro così controverso ha attratto una tale mole di lettori e no? Il suo estremismo non è il vero motivo. Le ragioni sono rintracciabili nei temi che tocca: dall’ossessione per la longevità tipica della Silicon Valley, fatta di biohacking e trasfusioni di plasma giovane; gli scandali che strizzano l’occhio a quelli che animano la cronaca; la dodicenne Harper, che passa le giornate a inseguire teorie del complotto. La trama è figlia di un’America in cui le cospirazioni circolano ovunque e la fiducia nelle istituzioni sembra sempre più consumata.
Cash stessa ha raccontato di aver spinto la storia fino a eccessi che qualche anno fa sembravano esagerati e che oggi appaiono fin troppo credibili. La provocazione più forte, però, sta altrove: nel romanzo a scoprire il vero complotto sono le figlie, mentre gli adulti, tutti presi dalle proprie crisi, non vedono nulla.
È qui che Pecorelle smarrite smette di parlare soltanto dell’America e comincia a parlare a chiunque guidi un gruppo. Lo smarrimento dei Flynn nasce da una casa in cui tutti ci sono e nessuno si accorge degli altri, e Louise arriva così vicina al disastro perché, tra le persone che dovevano vederla, nessuno si è voltato a guardarla.
Ora, allontaniamoci dagli eccessi del libro e proviamo a fare nostra la provocazione più importante. Letto col nostro sguardo, il romanzo parla di responsabilità per chi coordina, ma anche di team, di lavoro in squadra. La qualità che fa la differenza in chi guida, allora, assomiglia molto a quella del pastore della parabola. Viene prima della visione e della strategia ed è l’attenzione, uno sguardo che si allena ogni giorno e che riguarda tutti, perché in un gruppo ciascuno, a modo suo, si prende cura di qualcuno. Significa saper alzare la testa dai numeri per chiedersi chi oggi è più stanco, chi si è fatto da parte, chi ha bisogno di una parola in più, e anche chi ha un talento che nessuno ha ancora notato e aspetta soltanto l’occasione per mostrarlo. Contare le pecore, in questo senso, ha poco a che fare con il controllo e molto con la cura, perché significa considerare ogni persona abbastanza importante da notarne l’assenza e abbastanza preziosa da valorizzarne la presenza.

In Teddy questa idea ha radici lunghe. L’attenzione alla persona, prima ancora che ai risultati, è un’eredità che parte da Vittorio Tadei e che oggi passa di mano in mano, attraverso la famiglia e le persone che lavorano in azienda, nei negozi come in sede. Si vede nelle piccole cose: nel responsabile di negozio che a fine turno chiede a una collega come sta davvero, in chi accoglie un nuovo arrivato e gli rispiega le cose senza farlo sentire di troppo, in chi durante una riunione lascia la parola a chi di solito tace. Sono gesti che non finiscono in nessun report e che pure tengono insieme una squadra più di qualunque procedura.
Guardare i colleghi in questo modo cambia anche il modo di lavorare. Uno sguardo attento coglie la fatica prima che diventi distanza, riconosce un merito e lo dice ad alta voce, si fida abbastanza da lasciare spazio e affidare responsabilità. E restituisce molto. Le persone che si sentono viste lavorano meglio, restano più volentieri e imparano a loro volta a guardarsi intorno. Così la cura diventa contagiosa, e un gruppo diventa una comunità in cui nessuno resta indietro troppo a lungo, perché c’è sempre qualcuno pronto a voltarsi.
Non a caso il romanzo si chiude a tavola, con i Flynn finalmente riuniti per il compleanno di Harper. Seduto da solo c’è Myles, un ragazzo cresciuto con un padre sprezzante, che guarda quella famiglia imperfetta ridere e pregare insieme; qualcuno lo nota e lo invita a sedersi, e lui, per la prima volta, non vorrebbe più andarsene. Dopo tanto smarrimento, la cosa più semplice è accorgersi di chi manca e fargli posto.