belong to people
Non me ne vado! Qui sto bene.
Il turnover volontario in Italia è un fenomeno sempre più frequente e con numeri sempre maggiori. Come facciamo a trattenere le persone in azienda?

Dimettersi, un tempo, era un gesto quasi eccezionale, la scelta di chi non aveva alternative. Oggi è diventato un verbo di uso comune, coniugato da chi si guarda intorno e decide che altrove, forse, si starà meglio. I numeri raccontano questo movimento continuo: in Italia il tasso di ricambio complessivo del personale ha toccato il 21,9%, secondo l'ultima indagine di Confindustria sul lavoro. Le persone entrano ed escono dalle aziende con sempre più velocità, e per chi fa impresa la domanda diventa una sola, insistente: come si fa a far restare qualcuno?
Sgombriamo subito il campo da un equivoco. Essere pagati bene - o quantomeno in modo coerente con ciò che si dà - resta un criterio decisivo, da non minimizzare mai. Nessun discorso sui valori tiene, se la retribuzione non è dignitosa. Non a caso il legislatore stesso si sta muovendo su questo terreno, con la Legge 76 del 2025 che incentiva la partecipazione dei dipendenti agli utili d'impresa. La busta paga conta, eccome.

Ma i dati raccontano che, accanto a questo, si muove qualcos'altro. Gallup, il celebre istituto di ricerca americano che misura opinioni e dinamiche del mondo del lavoro, in una delle sue ultime indagini sul turnover volontario ha rilevato che il 42% di chi lascia ritiene che il proprio manager o la propria azienda avrebbe potuto fare qualcosa per trattenerlo. E quando si scompongono le uscite evitabili, due forze pesano quasi allo stesso modo: la retribuzione insieme alle prospettive di avanzamento (30%) e la qualità del rapporto con chi guida il team (29%). Tradotto: quasi una uscita su due è il risultato di qualcosa che non è stato costruito.
Cosa cercano, allora, le persone, una volta che la questione economica è messa in sicurezza? Secondo il Workmonitor di Randstad 2026, l'indagine annuale che la multinazionale olandese delle risorse umane conduce su oltre 27.000 lavoratori in 35 Paesi, il dato italiano più eloquente riguarda proprio l'equilibrio tra lavoro e vita privata: è la prima ragione per restare nel proprio impiego per il 52% dei lavoratori, sei punti sopra la media globale. E c'è un movimento che riguarda soprattutto le nuove generazioni: oltre quattro tra Millennials e Gen Z su dieci dichiarano di aver lasciato un lavoro perché non si conciliava con la propria vita. Chiedono di andare da qualche parte, di essere visti, di sentirsi parte di qualcosa che li riguarda, non a caso, più di un lavoratore su due indica ormai la mancanza di senso di appartenenza come possibile motivo di addio. Chiedono, in fondo, una ragione per restare che non stia scritta soltanto in busta paga, ma nemmeno soltanto altrove. Come dice Riccarda Zezza, ogni persona nello stesso momento ricopre più ruoli e se tutti questi ruoli non vengono valorizzati anche sul posto di lavoro, difficilmente la persona si affezionerà a quello che sta facendo, anzi, molto probabilmente se ne andrà altrove.

È qui che la storia si fa interessante. Perché, per noi, il senso di appartenenza, la parola che dà il nome a questo magazine, è forse la più concreta delle leve di retention. E questo si riflette sui numeri del nostro turnover che rimangono sotto la media delle aziende italiane. Vittorio Tadei, il nostro fondatore, lo aveva intuito quando ripeteva ai suoi collaboratori che "se ascolti i tuoi clienti non sbagli mai". Un principio che proviamo a rovesciare verso l'interno: se ascolti le persone che lavorano con te, hai qualche possibilità in più di non perderle.
Non pretendiamo di essere l'azienda perfetta. Nessuna lo è, e chi lo racconta di sé mente. Ma è l'ambizione a cui teniamo. La realizzazione personale, dunque, è un nostro obiettivo dichiarato e insieme l'esatta risposta a ciò che i dati reclamano. Perché le persone restano dove crescono, dove capiscono che in gioco c’è di più della carriera.
Trattenere, allora, è persino la parola sbagliata. Racconta una resistenza, una forza applicata contro la volontà di andarsene. Quello a cui aspiriamo è un’altra cosa: è il momento in cui qualcuno, guardandosi intorno, pensa semplicemente non me ne vado, qui sto bene.