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L’intelligenza che ci salverà sarà profondamente umana
Più le macchine diventano capaci, più l'umanità si rivela insostituibile. È la sfida concreta che attende chi guida le organizzazioni oggi

In Belong cerchiamo chi sa guardare il futuro del lavoro con curiosità e profondità. Cristiano Boscato incarna questa tensione: CEO e Fondatore di Dinova — parte del Gruppo Maggioli — e ideatore della piattaforma Interacta. Tra i maggiori esperti italiani di Intelligenza Artificiale e Innovazione Digitale, ha guidato alcuni dei progetti di digitalizzazione più rilevanti del Paese, sviluppando un approccio che integra competenze umanistiche e imprenditoriali nella relazione tra tecnologia e fattore umano. È Direttore Accademico e Professore alla Bologna Business School e Direttore Esecutivo e Didattico dell'Executive Master Teknè 5.0® di Bi-Rex. Il suo nuovo libro, Era, Ora (2025, Post Editori), esplora la trasformazione del linguaggio nell'era dell'AI e il rapporto tra tecnologia, impresa e umanità.
C’è un istante, in ogni rivoluzione, in cui la tentazione è scegliere da che parte stare. Apocalittici o integrati, avrebbe detto Umberto Eco. Davanti all’intelligenza artificiale stiamo facendo esattamente questo: ci dividiamo tra chi vede nell’AI la fine del lavoro umano e chi la celebra come unica salvezza. Eppure, mentre discutiamo, qualcosa è già accaduto. Silenziosamente. Dentro le aziende più consapevoli.
I numeri di questo passaggio sono lì da leggere. L’ISTAT ha rilevato che nel 2025 l’adozione di AI tra le imprese italiane con almeno dieci addetti è passata dall’8,2% al 16,4% in un solo anno: raddoppiata. L’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano stima il mercato a 1,8 miliardi di euro, in crescita del 50%, e segnala che il 41% dei lavoratori grazie all’AI riesce a svolgere attività che da solo non sarebbe in grado di portare a termine. L’EY Italy AI Barometer 2025 fotografa il 46% dei lavoratori italiani che usa già strumenti di AI sul lavoro, contro il 12% dell’anno precedente: quasi quattro volte tanto, in dodici mesi.
Ma fermarsi a celebrare la curva di adozione sarebbe il modo migliore per non capire che cosa sta succedendo davvero.

Non artificiale, ma aumentata
La prima cosa da fare è correggere la parola. Più che “artificiale”, questa intelligenza è “aumentata”: non ci sostituisce, amplifica ciò che possiamo fare. Sembra solo una sfumatura lessicale, invece cambia tutto. Perché , e qui entra la mia formazione semiotica, il linguaggio non descrive il mondo, lo genera. Se chiamiamo “artificiale” qualcosa che dialoga con noi nella nostra lingua naturale, la stiamo già trattando come un oracolo da temere o da venerare. Se la chiamiamo “aumentata”, la riportiamo dove deve stare: accanto a noi, non al posto nostro.
Dentro questa correzione si nasconde un paradosso che mi affascina: più le macchine diventano perfette, più la dimensione umana si rivela insostituibile. Non è una frase consolatoria, è un’osservazione operativa. Quando un algoritmo scrive una mail in trenta secondi, riassume un report in due minuti, genera tre versioni di una presentazione mentre prendi un caffè, l’unica cosa che fa ancora la differenza è la qualità della domanda che hai posto, l’intenzione che ci hai messo, la relazione di cui quella mail e quel report fanno parte. La tecnologia mette a nudo il senso. Lo lascia scoperto. E ci costringe a chiederci se, sotto il velo della produttività, c’era davvero qualcosa.
Dal lavoro come mezzo al lavoro vivo
Negli ultimi vent’anni abbiamo trattato il lavoro come un mezzo: tempo che si scambia con denaro, energie che si scambiano con risultati. L’intelligenza aumentata rende questo modello impraticabile, perché quel tempo e quelle energie le mette adesso la macchina, e a costi tendenti a zero. Cosa resta dell’umano in azienda?
Resta tutto ciò che l’algoritmo non sa fare: ascoltare un collega che entra in riunione con la voce diversa, riconoscere il momento giusto per chiedere o per stare zitti, custodire un cliente nel tempo, intuire una direzione prima che i dati la confermino. Resta, in una parola, il lavoro vivo: un’attività che non si misura solo in performance, ma in cura, in interpretazione della realtà, in legami costruiti. È qui che l’azienda smette di essere una fabbrica di output e torna a essere ciò che dovrebbe essere stata da sempre: un organismo vivo, fatto di persone che si parlano, si sentono, si mettono in gioco.
Una nuova grammatica per chi guida
Tutto questo non accade da solo. Servono leader capaci di cambiare di continuo senza smarrire la propria umanità: io li chiamo “manager mutanti”. E serve una nuova grammatica del lavoro. C’è una regola semplice: tutto ciò che viene prodotto con l’AI senza consapevolezza, senza che chi lo presenta sappia spiegarlo davvero, va eliminato. La tecnologia non può essere una scorciatoia, e tantomeno un anestetico. Deve essere uno stimolo a pensare meglio.
Parallelamente, lavoriamo sulle parole. Se un commerciale diventa un “tessitore di relazioni”, smette di rincorrere ordini e comincia a costruire fiducia. Se un CFO diventa un “direttore economico sensibile”, oltre a leggere i numeri inizia a interpretare il benessere collettivo dell’azienda. Sembrano dettagli, sono spostamenti tettonici. Le parole non descrivono i ruoli, li creano.
C’è un dato che mi obbliga a ricordare anche un’altra cosa: uno studio di Harvard ha mostrato che i grandi modelli linguistici oggi sono compresi all’87% da un americano medio e appena al 13% da un cittadino etiope. Significa che, dentro la macchina, abbiamo infilato una cultura, dei bias, un punto di vista. Pensare che l’AI sia neutra è la più innocente delle bugie. Per questo serve consapevolezza prima che velocità.

La domanda giusta da farsi adesso
C’è un altro numero, sempre dell’EY Barometer, che mi ha colpito più di tutti: il 64% dei lavoratori italiani sta investendo in formazione sull’AI di propria iniziativa. Siamo primi in Europa. Le persone hanno capito, prima delle organizzazioni, che è ora di muoversi. Sta a chi guida le aziende non deluderle.
La domanda non è più “cosa farà l’AI?”. È: “che cosa scegliamo di fare noi, ora che l’AI fa quasi tutto il resto?”. Non è una disputa da vincere, è un’occasione da non sprecare. La virgola nel titolo del mio ultimo libro, Era, ora, non è una pausa: è il passaggio di un’epoca. È finita un’era. E ora dobbiamo decidere dove vogliamo andare.
Io credo che la direzione sia chiara. Liberati dalla ripetizione, ci viene restituito il compito più nobile: essere umani. Insieme. Sul serio. Magari anche divertendoci, perché almeno metà di ciò che facciamo dovrebbe restare un gioco di senso compiuto. L’intelligenza del futuro, quella che davvero ci salverà, sarà profondamente umana. Tutto il resto è strumento.