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Guardare a ciò che resta: l'eredità e la positività vitale di Alex Zanardi

Il 1° maggio 2026, lo stesso giorno in cui trentadue anni prima se ne andava il suo idolo Ayrton Senna, ci ha lasciato Alex Zanardi. Non un supereroe da copertina, non un santo laico da celebrare con retorica stucchevole: un uomo che ha attraversato più vite senza mai smettere di interrogarsi su cosa significasse viverne una sola, fino in fondo.

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Il 1° maggio 2026, lo stesso giorno in cui trentadue anni prima se ne andava il suo idolo Ayrton Senna, ci ha lasciato Alex Zanardi. Non un supereroe da copertina, non un santo laico da celebrare con retorica stucchevole: un uomo che ha attraversato più vite senza mai smettere di interrogarsi su cosa significasse viverne una sola, fino in fondo.

Parlare di Zanardi oggi significa resistere alla tentazione della mitologia. Trasformarlo in un poster motivazionale o in un’icona astratta è un rischio che lui stesso, con la sua ironia tagliente, avrebbe stroncato sul nascere. «Non sono l'unico al mondo a soffrire e non voglio essere un simbolo», ripeteva spesso, «sono solo un tipo che non si scoraggia e che, nei momenti difficili, non mette la retromarcia, ma possibilmente accelera». Quel suo "possibilmente" – pronunciato sempre con un accenno di sorriso – racchiude la sua intera filosofia: una lucida consapevolezza dei limiti unita all'ostinazione di non farsi mai definire da essi.

Quello che ci interessa, oggi, è provare a capire cosa ci lascia davvero quest'uomo di Castel Maggiore, figlio di un idraulico e di una sarta, cresciuto in quella terra emiliano-romagnola che da sempre produce talenti capaci di partire dalla provincia per imporsi nel mondo. Una terra che insegna a tenere i piedi ben piantati mentre lo sguardo si allunga verso orizzonti lontani. Zanardi, in questo senso, è stato profondamente emiliano-romagnolo: concreto e visionario, ironico e determinato, incapace di prendersi troppo sul serio ma capace di prendere maledettamente sul serio ciò che faceva.

Il caffè, il cucchiaino e la scelta di muoversi

C'è una frase che Zanardi ripeteva spesso, con quella leggerezza che solo chi ha guardato in faccia l'abisso può permettersi: «La vita è come il caffè, puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se vuoi addolcirla devi girare il cucchiaino. A stare fermi non succede niente». È la sintesi esistenziale di un uomo che il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, si è visto strappare le gambe in un impatto a oltre 300 chilometri orari e ha deciso - perché di scelta si tratta, sempre - di guardare la metà che era rimasta, non quella che era andata persa.

Dopo l'incidente, Zanardi trascorse settimane in ospedale tra interventi chirurgici e momenti critici. Eppure, al risveglio, si trovò di fronte a quello che lui stesso definì un bivio netto: «Avevo due possibilità: rinunciare o cercare di appassionarmi a un nuovo progetto. Ho scelto la seconda». Ha scelto di guardare alla metà delle gambe che era rimasta, non quella che era andata persa, come amava dire. Non voleva esserci eroismo in questa frase, ma qualcosa di più raro e più umano: la lucidità di chi capisce che il dolore non si supera negandolo, ma attraversandolo. E trasformandolo, se possibile, in qualcos'altro.

Cinque secondi oltre il limite

Chi lo conosceva racconta di un uomo con la testa da kaizen - termine giapponese che unisce cambiamento e miglioramento continuo. Una testa che lui stesso, con l'autoironia disarmante che non lo abbandonava mai, definiva «più dura del marmo di questa lapide», immaginando già cosa avrebbe voluto fosse scritto sulla propria tomba. Ma la durezza di Zanardi non era rigidità: era quella particolare forma di tenacia che si manifesta nella capacità di adattarsi, di reinventarsi, di cercare nuove strade quando quelle vecchie sono sbarrate.

La sua filosofia si condensava in quella che chiamava "la regola dei cinque secondi": «Quando in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più». Si tratta di un principio esistenziale. L'invito a non fermarsi un attimo prima del possibile, a esplorare quella zona grigia dove la maggior parte delle persone si arrende e dove, invece, si aprono le possibilità più inaspettate. Zanardi quella zona l'ha abitata per tutta la vita: prima in pista, poi su tre ruote, sempre con la stessa fame.

La leggerezza di chi non si prende sul serio

Durante un'ospitata al Late Show di David Letterman, Zanardi appoggiò una tazza di tè bollente sulle sue protesi per dimostrare, con humour disarmante, i "vantaggi" della sua condizione. Il pubblico americano rimase spiazzato, poi scoppiò a ridere. Era il suo modo: smontare la retorica della disabilità con una risata, rifiutare la compassione trasformandola in complicità. «Quando si cade si è sempre più simpatici», osservava con sarcasmo, «la gente ti concede compassione, ammirazione, stima. Sei finalmente nelle loro mani». E lui, nelle mani degli altri, non ci voleva stare.

In quella stessa occasione aggiunse qualcosa di più profondo: «Credo che la curiosità sia l'unica cosa di cui abbiamo bisogno nella vita. Se sei curioso troverai la tua passione. E i risultati che avrai saranno il risultato di quanta passione metterai nella tua vita». Parlava di curiosità intesa come quella disposizione dell'animo che ti tiene in movimento anche quando tutto intorno sembra fermo. La stessa curiosità del bambino che alle elementari disegnava circuiti automobilistici, che recuperava motori dismessi per sperimentare in garage, che si costruì il primo go-kart assemblando materiali di recupero.

Dalla velocità alla resistenza: un paradosso solo apparente

È curioso (e significativo) che un uomo che aveva costruito la propria identità sulla velocità abbia trovato la sua seconda vita in uno sport che richiede una relazione diversa con il tempo. L'handbike non è la Formula 1, non è il campionato CART americano con i suoi sorpassi al limite. È fatica pura, resistenza, il corpo che dialoga con se stesso metro dopo metro. Eppure Zanardi ci si buttò con la stessa intensità, conquistando quattro medaglie d'oro e due d'argento alle Paralimpiadi tra Londra 2012 e Rio 2016, oltre a numerosi titoli mondiali.

Ma i numeri non dicono nulla della sostanza. La sostanza è un'altra: la capacità di ridefinire il concetto stesso di normalità, di mostrare che le protesi e la carrozzella non sono oggetti da nascondere ma strumenti per rimettersi in strada. «Sulla mia handbike c'è mezza Italia che spinge con me», diceva con quella modestia che suonava sincera perché lo era. «Sento che la gente mi vuole bene, ma non ho fatto niente di speciale, ho preso la bicicletta e ho pedalato».

L'ultimo silenzio e quello che resta

Il 19 giugno 2020, durante una staffetta benefica in handbike sulle strade senesi nei pressi di Pienza, Zanardi fu coinvolto in un grave incidente stradale. Da quel giorno, il silenzio: anni di cure e riabilitazione, lontano dai riflettori, protetto dalla riservatezza della moglie Daniela e del figlio Niccolò, dalla dignità che aveva sempre contraddistinto la sua esistenza.

In occasione del conferimento dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, l'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli disse: «Lei è un faro per i giovani, e non solo per loro. Ma la prego, Zanardi, d'ora in avanti si voglia un po' di bene». Forse è l'unica cosa che non è riuscito a fare fino in fondo: fermarsi, rallentare, risparmiarsi. Ma forse è proprio questa incapacità di arrendersi - al dolore, alla fatica, alla paura - che lo ha reso quello che è stato.

Zanardi ci lascia una domanda semplice e insieme vertiginosa: cosa facciamo noi, ogni giorno, con la metà che ci è rimasta? Perché tutti, in qualche modo, abbiamo perso qualcosa. Tutti portiamo cicatrici, visibili o invisibili. La differenza (l'unica differenza che conta) sta nella scelta: guardare ciò che manca o ciò che c'è. E poi girare il cucchiaino, sempre, fino all'ultimo.

«Non volevo dimostrare niente a nessuno», ripeteva. «La sfida era solo con me stesso, ma se il mio esempio è servito a dare fiducia a qualcun altro, allora tanto meglio». Cercava il senso delle cose, Alex. E nel cercarlo, inevitabilmente, lo ha trasmesso a tutti noi.

Guardare a ciò che resta: l'eredità e la positività vitale di Alex Zanardi