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belong to everyone

“Fra la Via Emilia e il West”

Il cantautorato emiliano-romagnolo come chiave d'interpretazione del nostro “Belong”: la Via Emilia, casa di un fenomeno culturale unico.

Via Emilia,Francesco Guccini,Emilia Romagna

Ok, capiamoci subito, il racconto che segue, deve necessariamente partire da un assunto di base: pur non considerando Emilia e Romagna lo stesso territorio, le considera profondamente interconnesse, attraversate da fenomeni socio-storici-culturali non dissimili, una macroregione che quando vuole sa parlare la stessa lingua. Quindi, per una volta, lasciamo da parte campanilismi vari (anche se, ammettiamolo, sono il sale dell’italianità) e lasciamoci guidare in questa storia che, in un modo o nell'altro, parla anche di noi: emiliani, romagnoli, italiani, europei. 

E per farlo, quale modo migliore di partire dalla Via Emilia, ovvero dalla strada che, dall’antica Roma in poi, collega Rimini e Piacenza, attraversando l’intera Emilia-Romagna? Un’arteria fondamentale che, svolgendo questo ruolo di connessione, tiene insieme città, province, campagne, fabbriche, osterie, università, periferie, balere, stazioni, portici, pianura e Appennino. Una spina dorsale socio-culturale prima ancora che infrastrutturale. 

Si muove (ed ha contribuito a generare) in uno degli ecosistemi più fertili del secondo dopoguerra, da tutti i punti di vista: noi stessi, come Gruppo Teddy, siamo figli di quello imprenditoriale, dell'intuizione del nostro fondatore, Vittorio Tadei, di aprire il primo negozio, proprio a Rimini, negli anni ‘60, in pieno boom economico. 

Ma, come detto, questa è solo una faccia della medaglia che rappresenta idealmente la nostra storia: l’altra, è quella culturale. Più specificatamente, quella musicale. Ancora più nel dettaglio, questa è la storia di come e perché proprio da questo territorio è sorta una delle più fertili e importanti costellazioni culturali italiane (e europee) che, per comodità, è stata definita “Canzone d’autore” o “Cantautorato”. 

Il titolo, “Fra la Via Emilia e il West” (verso di Francesco Guccini, uno dei più importanti esponenti di questa corrente artistica, contenuto nella canzone “Piccola città”), ne esprime l’idea fondamentale alla base: la “piccola città” di cui parlava Guccini è Modena, uno degli epicentri geografici e culturali della Via Emilia. E il West è uno spazio mitico, una frontiera, un altrove, un desiderio di fuga, una possibilità. Il desiderio (profondamente emiliano-romagnolo) di allargare lo sguardo, partire dalla provincia, per poi imporsi nel mondo, grazie al lavoro, all’originalità e al talento. Ed è esattamente quello che è accaduto per molte delle realtà economiche, sociali e culturali nate in questo territorio. 

Avete mai provato a mettere in fila, anche in modo approssimativo e incompleto, i cantautori che, partendo da diverse aree della regione, dalla seconda metà degli anni ‘60, fino ad oggi, si sono imposti nel panorama musicale italiano? La lista fa impressione per quantità e qualità: Francesco Guccini, Lucio Dalla, Vasco Rossi, Ligabue, Zucchero, Cesare Cremonini, Claudio Lolli, Samuele Bersani, Luca Carboni, Pierangelo Bertoli, I Nomadi, I CCCP, ma anche gli Stadio, Alice e Vasco Brondi, solo per citare i più rappresentativi. Senza contare la numerosa presenza anche di grandi interpreti (quindi non cantautori) maschili e soprattutto femminili: tra i quali, Gianni Morandi, Raffaella Carrà, Nilla Pizzi, Laura Pausini, Nina Zilli.

Ognuno con sfumature diverse, certo, stili e influenze personali, ma tutti accomunati dalla stessa provenienza geo-culturale e da un senso di appartenenza territoriale, identitario che, in modo differente, tutti esprimono nella propria poetica. E lo fanno, però, senza chiusure mentali sterili, ma anzi accettando contaminazioni e influenze lontane. Pensiamo a Dalla che inizia come jazzista; Zucchero che dialoga con il Blues, il Soul e il Gospel; Guccini che guarda all’america letteraria e musicale; Vasco e Ligabue che incarnano il rock nostrano o i CCCP, che orientano il proprio sguardo politico-culturale ad Est e rielaborano i codici del Punk e del Post Punk, insieme alla fiorente scena musicale bolognese degli anni’80, di cui fanno parte, tra gli altri, gli Skiantos. Eccolo il West che abbiamo prima evocato: uno spazio immaginario e concreto a cui tende uno sguardo però fieramente ancorato alle proprie radici, alla propria identità, alla propria appartenenza

Ma tutto questo, ovviamente, non nasce dal nulla. Perché se è vero che il talento individuale resta sempre qualcosa di misterioso, irripetibile e difficilmente spiegabile, è altrettanto vero che certi talenti crescono meglio in alcuni terreni rispetto ad altri. E l’Emilia-Romagna del secondo dopoguerra è stata, da questo punto di vista, un terreno particolarmente fertile. Una regione attraversata dalla ricostruzione, dal boom economico, dall’industrializzazione, dalla nascita di nuove forme di lavoro e di impresa, ma anche da una fortissima cultura della partecipazione. La politica, da queste parti, non è stata soltanto una dimensione istituzionale o ideologica, ma un fatto quotidiano, popolare, quasi fisico: case del popolo, cooperative, sezioni di partito, circoli, feste, piazze, osterie, teatri, università. Luoghi dove ci si incontrava, si discuteva, ci si divideva, si litigava, si cantava: si imparava a dare peso alla parola. Tutto era politica. Tutto era nella Polis, di ateniese memoria.

Ed è proprio questo il punto: la canzone d’autore ha bisogno di una comunità che sappia ascoltare. Ha bisogno di pubblico, certo, ma soprattutto di contesto. Di una lingua comune dentro cui inserirsi e da cui, magari, provare a evolvere. L’Emilia-Romagna, nel secondo Novecento, ha offerto esattamente questo: un ecosistema sociale in cui la cultura era parte integrante della vita quotidiana: la cultura alta e quella bassa che si incontravano e davano vita a nuove forme artistiche, tra cui la canzone d’autore. La musica poteva nascere in un’osteria, in un teatro, in una radio libera, in un’aula universitaria o in un bar di provincia, ma trovava quasi sempre un luogo in cui rimbalzare, essere discussa, condivisa, fatta propria. Non è un caso che molte di queste canzoni siano diventate, negli anni, lessico generazionale, memoria collettiva, modo di stare al mondo.

In questa geografia, Bologna occupa un posto particolare. Non perché esaurisca da sola il racconto, ci mancherebbe: sarebbe ingiusto verso Modena, Reggio Emilia, Zocca, Correggio, Sassuolo, Rimini, la Bassa, l’Appennino e tutti quei luoghi che hanno contribuito a questa storia. Ma Bologna è stata, e in parte continua a essere, una specie di grande calamita culturale. Una città abbastanza grande da attirare persone, idee e sperimentazioni, ma abbastanza piccola da permettere gli incontri di tutti i giorni. La città con l’Università più antica del mondo e tra le più multiculturali, del DAMS, delle radio libere, dei jazz club, dei movimenti studenteschi, dei portici; fatta di notti lunghissime, discussioni infinite e quella particolare capacità bolognese di tenere insieme intelligenza e cazzeggio, profondità e leggerezza, impegno e disincanto. Dalla, Guccini, Carboni, Bersani e Cremonini lo sanno bene, avendo preso di Bologna tutto il suo “genius loci”.

In fondo, è come se Bologna fosse stata per molti di loro una città-cerniera: tra paese e mondo, tra provincia e metropoli, tra politica e sentimento, tra cultura alta e cultura popolare. Un posto in cui si poteva essere studenti, musicisti, intellettuali, perdigiorno, lavoratori; ma anche sognatori e militanti, poeti da bar e professionisti della notte. E magari tutte queste cose insieme. Come cantava il Maestrone: “Bologna la grassa e l'umana già un poco Romagna e in odor di Toscana…Bologna per me provinciale Parigi minore…Mercati all'aperto, bistrots, della "rive gauche" l'odore”.

Ed è esattamente qui che questo racconto incontra più da vicino il nostro sguardo. Perché quello che ci interessa, come Teddy, non è celebrare una mitologia locale fine a se stessa, né costruire un album dei ricordi. Ci interessa capire come da un senso forte di appartenenza possa nascere un’apertura al mondo. Come una provincia possa diventare frontiera. Come una comunità, quando è viva, non trattenga le persone, ma le accompagni a esprimersi, a crescere, a immaginare strade nuove. In altre parole, ci interessa quello stesso movimento contenuto nel titolo: partire dalla Via Emilia, da ciò che siamo, dai luoghi che ci hanno formato, e guardare verso il West, verso tutto ciò che ancora non conosciamo