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Cosa c'entrano 28 romanzi con un susseguirsi di vittorie?
Il metodo Velasco dietro ai successi dell’ItalVolley femminile

Negli ultimi due anni la nazionale femminile di pallavolo, guidata da Julio Velasco, ha semplicemente vinto tutto quello che c'era da vincere: oro olimpico a Parigi, titolo mondiale, e prima ancora due Nations League. Un percorso di ventuno vittorie consecutive nelle competizioni che contano davvero, fermato solo qualche giorno fa, in finale degli Europei, dall'argento arrivato al quinto set contro la Turchia. L'unico tassello mancante a una collezione che sarebbe stata, per numero di titoli tenuti insieme nello stesso momento, seconda solo a quella dell' Ex Unione Sovietica di parecchi anni fa.
Numeri così, in uno sport di squadra, non capitano per caso. Anzi, sono il frutto di più fattori che si tengono insieme. Da una parte il talento e il lavoro di quattordici atlete che si sono guadagnate ogni pallone con anni di sacrificio e qualità tecnica fuori dal comune, dall’altra il modo in cui il commissario tecnico Julio Velasco ha saputo costruire, attorno a quel talento, le condizioni perché potesse esprimersi al meglio. Ed è proprio in questo secondo aspetto che si trova una storia che ha molto meno a che fare con la tattica e molto più con il modo in cui si guarda alle persone che si allenano.

A inizio agosto, per esempio, durante un collegiale a Cavalese, prima di partire per l'Europeo, l’allenatore della nazionale ha radunato le quattordici azzurre convocate e ha consegnato a ciascuna due libri. Ventotto libri diversi, scelti uno per uno pensando a chi li avrebbe ricevuti. Ad Alessia Orro un romanzo di Isabel Allende e uno di Sándor Márai. A Paola Egonu Le mille e una notte. A Ekaterina Antropova un Borges. A Ilaria Spirito I racconti di Cortázar. E così per tutte le altre, ognuna con una coppia di titoli pensata sulla propria storia, sulla propria sensibilità. Il motivo? Velasco lo ha spiegato con parole semplici: non è un modo per convincerle a leggere, né c'è un messaggio nascosto dietro ogni titolo. Sono libri che lui stesso ha letto e amato, regalati come atto di riconoscenza per l'energia che riceve da loro ogni giorno. In più la convinzione che allenare la mente sia altrettanto importante quanto allenare il fisico. Ma il gesto, al di là delle intenzioni dichiarate, dice qualcosa di preciso su come Velasco costruisce un gruppo: una squadra forte non è quella in cui tutti si somigliano e seguono lo stesso schema, ma quella in cui ognuno viene riconosciuto per quello che è, e messo nelle condizioni di dare il meglio a modo suo.

Qui sta il punto che vale la pena sottolineare, risultati di questo livello non hanno mai una sola causa. C'è il talento, che resta la base di tutto e che nessun gesto simbolico può sostituire. C'è il lavoro quotidiano, la preparazione fisica, l'esperienza accumulata partita dopo partita. E c'è anche il modo in cui un gruppo viene tenuto insieme: la fiducia reciproca, lo spazio per essere sé stesse, la certezza che il proprio valore non dipenda da chi gioca titolare quella sera. Sono fattori diversi che si sommano, non si sostituiscono, ed è probabilmente questa combinazione, più che uno solo dei suoi ingredienti, a spiegare perché il gruppo, quando arriva il momento difficile, come il quinto set perso a Istanbul dopo ventuno vittorie consecutive, non si sfalda, ma tiene. È la differenza tra una leadership che divide, magari premiando solo chi performa meglio secondo un unico metro, e una leadership che unisce, capace di far convivere quattordici storie diverse dentro un solo obiettivo comune, senza appiattirle.
Forse è proprio questo il punto in cui la storia di Velasco tocca più da vicino la storia di Teddy. Appartenere a un gruppo non significa semplicemente farne parte. Significa sentire che quel gruppo si accorge di te, del tuo talento, e che proprio per questo vale la pena dare il massimo, insieme agli altri. Ognuno con le proprie abilità.