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15 minuti. Quanto vale il tempo di qualità?
Libri, serie e viaggi di ricerca: per Andrea Prosperi la formazione più efficace è quella che ci portiamo dietro dalla vita

Da settembre, a Singapore, leggere conviene, o almeno così sembra. La National Library Board dà una piccola ricompensa a chi dedica almeno quindici minuti al giorno a un libro: venti monete virtuali a sessione. Tradotto, servono una cinquantina di giorni di lettura costante per guadagnare poco più di mezzo euro. Più che un affare è un segnale: se uno Stato arriva a incentivare il tempo passato sulle pagine, vuol dire che quel tempo si è fatto raro. Siamo partiti da qui per chiederci che cosa significhi, in un'azienda, coltivare il tempo di qualità. C'è quello libero, che diventa occasione per crescere e approfondire chi siamo, e c'è quello dedicato alla formazione, che in Teddy assomiglia più a una curiosità da tenere accesa che a un corso da completare. Ne abbiamo parlato con Andrea Prosperi, People Care Director del Gruppo Teddy, tra film con Tom Hanks, romanzi dell'Ottocento e serie che raccontano il lavoro di domani.

Andrea, siamo tornati dalle vacanze estive con il racconto di un governo che paga i cittadini per leggere. In che modo ti ha colpito questa notizia?
«La domanda più interessante è: che cosa ci è successo? Sarebbe più logico se un governo, o un datore di lavoro, dovesse contingentare il tempo dedicato alla lettura per lasciare spazio alla produttività. Qui invece la realtà si capovolge: ti invito a prenderti del tempo per leggere, perché altrimenti rischi di perdere competenze (che si stanno già riducendo in modo significativo). Lo vediamo anche nelle nostre riunioni, dove la capacità di attenzione si è accorciata drasticamente, e la scrittura diventa sempre più una competenza complessa. Ormai capita sempre più spesso di ricevere mail che, se scritte senza l'aiuto dell'intelligenza artificiale, richiedono una telefonata per essere chiarite, perché il linguaggio subisce inevitabilmente le conseguenze della presenza di strumenti come l’AI. Se mi metto nei panni del ministro della cultura di Singapore, immagino che la preoccupazione sia proprio questa: un impoverimento delle competenze che renderebbe meno competitivi i professionisti di domani».
Sappiamo bene ormai, perché i dati sono innegabili, che stiamo perdendo abilità che davamo per scontate. Come risponde Teddy?
«Il nostro fondatore, Vittorio Tadei, diceva che chi sa solo di azienda non sa niente di azienda. È un invito a coltivare una conoscenza sovrabbondante rispetto al proprio ruolo, e su questo abbiamo investito molto. Organizziamo continui viaggi di ricerca, molto partecipati che rispondono alla necessità che tutti noi abbiamo di guardare fuori, di osservare territori diversi e persone diverse. Una conoscenza ampia è un bagaglio prezioso per innovare e risolvere situazioni complesse, perché offre schemi e visioni alternative quando quella più ovvia non basta».
E il tempo libero? Quanto entra negli uffici di Teddy quello che leggiamo o guardiamo la sera?
«Moltissimo, perché da noi la vita non resta fuori dal lavoro. Capita spesso di vedere una serie o leggere un libro per puro svago e ritrovarsi a proporlo ai colleghi. Durante la pandemia avevo preparato una raccolta di recensioni di film e serie TV, da usare come momento condiviso per trovarci spunti utili al lavoro. Di recente abbiamo usato The Bear per raccontare come la passione per l'accoglienza possa dare un'altra vita all'attività di ogni giorno. E poi c'è Tom Hanks, che citiamo così spesso da considerarlo quasi un consulente, come in The Terminal, con il suo protagonista bloccato in aeroporto che esce dal loop della burocrazia grazie a uno spirito quasi imprenditoriale, o in Greyhound, che invece ci è servito come esempio di leadership negativa, poco incline a delegare».

Riuscite a trovare spunti quindi anche nel mondo delle serie tv?
«Sì’, Senza dubbio lo abbiamo fatto con Scissione perché offre l'immagine perfetta di una concezione del lavoro opposta alla nostra, fondata sulla separazione netta tra vita privata e ufficio. Noi viviamo il contrario: visto che la vita ce la portiamo sempre dietro, quando guardiamo qualcosa lontano dal lavoro ci viene spontaneo pensare a come condividerlo. E poi Pluribus, interessantissima sul tema della conoscenza condivisa. Prima la rete e oggi l'AI hanno reso immediato l'accesso a qualsiasi informazione: da un sobborgo di Dhaka o dal centro di New York posso ottenere in pochi istanti la stessa informazione, con la stessa raffinatezza. Il vantaggio competitivo dei più informati è sparito, ed è quasi un ritorno all'antico, perché conta come interpreti ciò che sai. In Pluribus i protagonisti si confrontano con una mente a sciame, eppure è la loro capacità interpretativa a fare la differenza. Qualche settimana fa ho visto The Dog Stars, il film di Ridley Scott tratto dall'omonimo romanzo, e ho scritto subito alla mia collega che segue il prodotto: lì dentro c'era tutto lo streetwear dell'anno prossimo, tra estetica survivalista e richiami country. Più che un metodo è un modo di guardare, per cui tutto può diventare formazione. In fondo è lo stesso approccio della ricerca nella moda, che va a scavare dappertutto: un moodboard di film, libri, notizie e tendenze per restare sul pezzo».

Dalle tue parole, pensando al modo di intendere la formazione, ne emerge una poco formale, ma molto viva. Ti ci ritrovi?
«Poco formale è la parola giusta. Spesso i percorsi tradizionali, anche quelli ben fatti e gestiti da istituzioni importanti, ci stanno stretti, perché la velocità con cui le competenze invecchiano è cambiata radicalmente. Un percorso molto strutturato rischia di consegnarti skill superate prima ancora che tu possa metterle in pratica. Un apprendimento continuo, fatto di immersione e curiosità, è molto più adatto al presente»
E se invece volessimo cercare fra i libri per capire dove sta andando il lavoro?
«Penso a Tempi difficili (Hard Times) di Dickens: è del 1854, ma letto oggi alla luce dell'AI pone lo stesso problema etico sul lavoro, raccontato attraverso personaggi travolti dalla rivoluzione industriale. Il tema della sostituzione dell'uomo con la macchina ci accompagna da sempre. Solo che questa volta forse è diverso davvero»

Cosa è davvero diverso?
«Le rivoluzioni del passato hanno tolto all'uomo alcune incombenze e quasi sempre hanno reso il lavoro di maggiore qualità. Stavolta ho l'impressione che la sostituzione delle competenze possa essere così profonda da toccare la struttura stessa dell'umano. Dobbiamo interrogarci costantemente per non subire la trasformazione ma guidarla attraverso la creatività»
Alla luce di tutto questo, che cosa vuol dire essere formati?
«Nessuno di noi è formato, dobbiamo essere tutti formandi: è un processo sempre in corso. I formati, spero per loro, sono già in pensione. Per chi come me ha una certa allergia alla ripetizione è una bella notizia, per chi cerca conforto nella routine forse meno».
Siamo partiti da quindici minuti di lettura pagati in monete virtuali e arriviamo a una domanda che riguarda tutte le ore della giornata. Il tempo di qualità smette di essere una pausa da ritagliare tra un impegno e l’altro e diventa il modo in cui scegliamo di abitare anche il lavoro: un libro letto la sera, una serie che ci accende un’idea, un viaggio senza obiettivi immediati. Dal tempo di qualità, insomma, al tempo che ha senso.