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OPERE

03/07/2019

Nel bisogno, sentirsi al proprio posto: un tirocinio che cambia la vita

La lettera di Sara Herran, studentessa spagnola che ha trascorso 3 mesi in Zambia presso il progetto Rainbow. Un’esperienza che le ha permesso di crescere, professionalmente e umanamente: “lontana dal mio paese, ho trovato casa”.

Come è ricca la nostra vita in Teddy (piena di sfide e conquiste, sconfitte e vittorie), così è la vita delle persone delle realtà sociali che Teddy e la Fondazione Gigi Tadei sostengono ogni giorno per realizzare il nostro Sogno. Per questo motivo diamo spazio alle esperienze che ci arrivano da loro. Un’occasione in più per conoscerle e ricordarci di loro nel lavoro di tutti i giorni.

La prima ci arriva dallo Zambia, dove da oltre 20 anni il progetto Rainbow aiuta i bambini vittime dell’AIDS e le famiglie oppresse dalla povertà strutturale e dalla mancanza di cibo. Sara, studentessa spagnola, ha scritto una lettera per condividere i tre mesi trascorsi in Africa, perché “questa esperienza ha cambiato la mia vita, ha aperto la mia mente, ha fatto sì che mi accorgessi delle cose che meritano rispetto e sono veramente importanti,  lasciando quelle preoccupazioni stupide che a volte occupano i nostri pensieri.”

“La mia esperienza nel progetto Rainbow” di Sara Herrán

"Immaginarmi in Africa è sempre stato solo un bel sogno. “Magari qualche giorno”, pensavo, con la testa fra le nuvole; ma mi è sempre piaciuto pensare che le cose accadono per una ragione.
Per iniziare, vorrei raccontare che dopo avere studiato Nutrizione Umana all’università di Madrid, ho sentito la necessità di un cambiamento, così ho fatto domanda per fare l’Erasmus in Italia, dove, grazie a qualche aiuto e un po’ di fortuna sono capitata nel posto giusto al momento giusto, incontrando le persone che lavorano al bellissimo progetto Rainbow
Grazie a loro ho avuto la possibilità di fare un tirocinio in Zambia dopo aver finito gli esami, un momento nel quale, come tutti noi sappiamo, siamo nel mezzo del nulla con in mano una bella laurea ma senza sapere da dove e come iniziare la nostra strada professionale.

Così mi sono imbarcata su un aereo in un volo di 13 ore, con centomila vaccini nel corpo e come motore solo la mia curiosità. Mi è sempre piaciuto viaggiare, forse perché all’interno di un aereo sei in movimento, ed è lì che capisci quanto veloce sia la vita e che tutto ha un senso.
Onestamente, avevo solo una vaga idea di dove stavo andando, dove avrei vissuto e cosa avrei fatto una volta atterrata, ma quando sono arrivata ho capito che avevo fatto bene. La prima settimana è stata dura, non è semplice raccogliere tante informazioni in una mente che ha vissuto tutta la vita con una mentalità opposta. Ma siamo esseri umani, alla fine tutti siamo tutti uguali e riusciamo ad adattarci. 
Ogni giorno che ho passato in Zambia  è stato un anno di sviluppo personale, perché ogni minuto e ogni secondo che passano impari qualcosa o ti scopri in una maniera diversa. Sei come l’acqua in un ruscello, semplicemente “fluisci” con il mondo. La cosa più bella per me è stato vedere questo cambiamento personale: arrivi con delle idee, delle convinzioni… e ogni giorno riconsideri chi sei, che cosa vuoi fare e come puoi dare il meglio di te stesso. 
Nel progetto ho scoperto quanto mi piace stare insieme ai bambini. Da qualche anno sono pazza per la fotografia e vedere come sono diversi gli sguardi della gente in Zambia attraverso la camera è una cosa meravigliosa. Loro non cambiano mai i loro sguardi, anche se passi due ore a guardarli! Da quegli occhi vieni preso, perchè parlano. Ti raccontano le loro storie orribili, ma anche le più belle. 
Anche grazie a questa esperienza ho conosciuto persone buone, persone che hanno deciso di offrire la loro vita a una causa in cui credono e che ogni giorno combattono per i loro sogni, che niente hanno a che vedere con grandi case e belle macchine. E anche solo per questa ragione, che non trovi tutti i giorni nel nostro mondo occidentale, vale la pena andare in Zambia.

Devo dire che quando studiavo all’università, anche se mi è sempre piaciuto, non mi sono mai sentita “nel mio posto”, perchè non ho mai trovato una causa con la quale identificarmi e alla quale dedicare una vita. Forse la nutrizione per la quale ti preparano all’università è una nutrizione diversa, applicabile soltanto alle problematiche attuali del mondo occidentale. Non  avrei mai pensato che avrei potuto trovare una strada diversa, concentrata sullo studio della malnutrizione, che coinvolgesse così tanto in un mondo a me sconosciuto come l’Africa. 
Questa esperienza ha cambiato la mia vita, ha aperto la mia mente, ha fatto sì che mi accorgessi delle cose che meritano rispetto e sono veramente importanti,  lasciando quelle preoccupazioni stupide che a volte occupano i nostri pensieri. Mi ha dato la possibilità di entrare nel mondo, nella vita e nella mentalità di persone nuove, per capire come e perchè fanno quello che fanno. L’empatia è una cosa che si impara da piccoli ma che continua a svilupparsi quando ti accorgi che il mondo intorno ha bisogno di te. 
E con queste belle e brutte  esperienze dentro di me, sono dovuta tornare a casa. Non ho mai pianto tanto dopo aver lasciato qualcosa. E piangi non per quanto sia ingiusto il mondo, ma perché sai che la gente non è nemmeno cosciente di come sia dura la vita qua, e forse non vorrà mai neanche saperlo. Piangi perchè hai incontrato persone vere, sincere, che non fingono di essere qualcun altro. Piangi perchè lontano dal tuo paese, hai trovato una casa. Piangi perchè torni in un mondo nel quale la gente passa tutta la vita a cercare la felicità e mai si renderà conto di quanto bello sia trovarla in ogni passo della sua strada."

 

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